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apr
23rd

Fantasmi della rete – Unità 731 – Boom

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

TERZA PARTE

 55.

La nave li aveva condotti fino in Florida dove poi avevano preso un aereo della polizia diretti a New York. Intanto, nel tragitto, si riposarono un po’.

Arrivati nella grande mela trovarono ad aspettarli tutta la centrale di polizia che, nel momento in cui entrarono fecero loro un grande applauso. Erano stanchi e puzzolenti ma sembravano non curarsene. Andarono, tutti e sei, direttamente verso l’ufficio del capitano Hawk.

“Ben fatto ragazzi” esordì il capitano.

“Grazie capo. Aspetti che le presento chi non conosce. Questo è il professor Nicolai con sua moglie Erika, questa splendida ragazza è C4ss4ndr4 e qui, in ultimo, abbiamo il nostro amico Leonardo Conti.”

“Leonardo Conti…finalmente ti vedo di persona, ho sentito molto parlare di te negli ultimi tempi.”

“Grazie capitano, non sapevo di essere famoso.”

“Io non ho parlato molto bene di te…ma devo dire che sei stato abbastanza in gamba.”

“Grazie signore.”

“Ora andate a ripulirvi e lavarvi. Vi voglio riposati domani mattina qui. Alle nove inizierà una riunione in cui farete rapporto. Tra l’altro, dov’è Ebola?”

“Il nostro accordo è saltato, è stato trattenuto a Cuba dalla polizia portuale.”

“Questo non ci voleva. Va bhè, tanto non so se mi avrebbero concesso l’autorizzazione a dargli l’immunità.”

“Mi scusi capitano…ma l’immunità non era già stata accordata?” chiese Conti

“Caro giovanotto, non sai come funzionano certe cose…”

Leonardo si stupì molto, aveva promesso l’immunità ad Ebola ma questa non era ancora stata chiesta ai piani alti, gli avevano mentito, in pratica. Questa, era una di quelle cose che lo mandavano in bestia. Per lui la parola aveva un valore, non potevano dire una cosa e poi rimangiarsela.

Tutti se ne andarono. Per il professore e sua moglie era stato prenotato un albergo vicino alla centrale di polizia; stesso discorso valeva per C4ss4ndr4, mentre Leonardo fu invitato a casa di Bellinger, dove lo attendeva una bella sorpresa.

Arrivarono nel palazzo di Manhattan dove Thomas viveva insieme alla moglie e al figlio adottivo. Salirono con l’ascensore, erano maleodoranti, non si facevano una doccia da due giorni e avevano fatto un viaggio davvero estenuante.

Arrivati al piano voluto camminarono nel corridoio fino ad arrivare davanti alla porta di casa. Suonarono. Dopo pochi secondi la porta si aprì; davanti c’era il piccolo Sebastian.

“Ciao piccoletto!” esclamò Tom

“Ciao Tom” disse di rimando il bambino mentre veniva sollevato e preso in braccio dal padre adottivo.

“Ehilà Sebastian. Ti ricordi di me?”

Ci fu un attimo di silenzio. “Sei il ragazzo di Marzia!”

“Marzia? Come fai a conoscerla?” chiese mentre entravano in casa.

“Perché sono qui.” rispose una voce femminile in italiano dall’altra parte della stanza.

La casa di Bellinger era composta da un’entrata living che dava direttamente sull’ampio salone, due stanze da letto, una di queste adibita a studio, e la cucina. Dall’entrata si aveva una visione di tutta la casa.

Leo rimase immobile per un attimo, poi un sorriso comparve sul suo viso mentre correva verso la fidanzata. I due si abbracciarono per un attimo e si baciarono intensamente per qualche secondo. Dopo di che Marzia lo respinse e gli tirò uno schiaffo in faccia con tutta la forza che aveva.

“Ahia!”

“Questo è perché non mi hai detto nulla” di seguito partì un altro schiaffo.

“Ahia!”

“Questo è perché hai detto a tutti di non dirmi nulla.”

“Scusa…ma…non potevo…ok, me li sono meritati.”

“Non farlo più, capito? La prossima volta la tua punizione sarà superiore a due schiaffi…ma puzzi! Vai a farti una doccia!”

“Mi sembrate sposati da dieci anni” commentò Maggy.

“Ciao Maggy! Come stai?”

“Meglio di te di sicuro. Tom è andato a farsi la doccia, dopo tocca a te. Fortuna che hai una ragazza fantastica come Marzia che ti ha portato i vestiti…dobbiamo addestrarli questi uomini…”

“Hai ragione Mag, Hanno bisogno sempre della mammina.”

“Come ti capisco!”

“Sebastian, non ti sposare mai ok? E non ti fidanzare nemmeno” disse Leo rivolto al bambino il quale lo guardò con occhi interrogativi. I presenti scoppiarono in una risata.

Passarono la serata a chiacchierare della loro permanenza nelle isole Cayman anche se, ovviamente, gran parte della narrazione era piena di: “non ve lo possiamo dire” o “è segreto” o “non possiamo parlare”.

Verso le dieci di sera tutti andarono nei rispettivi letti: Tom e Mag nella loro stanza insieme a Sebastian, che stava ancora nel lettino accanto al loro, Marzia nello studio e Leo sul divano.

Prima di andare a letto Marzia consegnò a Leo il suo cellulare Blackberry, il quale fu molto felice di riaverlo; finalmente poteva parlare con AlphaCentaury. Era passato poco tempo in realtà, ma Conti sentiva il bisogno dei saggi consigli dell’amico per muoversi in quel mondo che ancora non conosceva bene e per evitare di compiere qualche errore stupido. Si mise sdraiato sul divano, accese il cellulare e non appena si aprì l’utilità di criptaggio che usavano per comunicare in tempo reale scrisse:

“Alpha ci sei? Come stai?”

“Ehilà…era ora! Ho visto che hai acceso il cellulare da poco, come mai?”

“Marzia me l’ha dato adesso.”

“Ho capito. Io sto bene ora che ti sento…tu?”

“Bene anche se è stata una settimana di fuoco. Cosa vuoi che ti racconti?”

“Tutto.”

Leo gli scrisse un lungo messaggio in cui gli disse tutto senza escludere nemmeno un particolare

“Quello che non mi spiego, Alpha, è chi è questo misterioso benefattore che ha assoldato i mercenari. Tra l’altro è stato Patterson che con il suo intervento ha dato modo a me e a Tom di incontrarci.”

“Io lo so chi è.”

“Alpha…non mi dire che…sei TU!!!!”

“Esatto! Ce ne hai messo di tempo a capirlo!”

“Ma come facevi…a sapere…”

“Ti spiego, sono sempre in collegamento con la polizia di New York (ovviamente loro non lo sanno); ho visto che Tom prenotava un volo per le isole Cayman, al che ho capito che la nostra richiesta era stata recepita. Patterson lo teneva sott’occhio e quando ho visto (grazie alla tua trasmittente che, tra l’altro, ho già provveduto a disattivare) che ti stavi muovendo dall’edificio della Pirotech ho intuito che era l’occasione buona.

Poi ti ho visto dal satellite, in tempo reale, mentre guardavi il cielo (te lo aspettavi eh!) allora ho chiamato la task force e hanno fatto tutto loro, sono dei bravi ragazzi e hanno sempre delle buone idee.”

“Sei grande Alpha!”

“Lo so.”

“Per curiosità, quanto li hai pagati.”

“Non tantissimo, io sono un cliente di fiducia…circa un milione di euro.”

“Cooooooosaaaaaa!”

“Le vostre vite, ma soprattutto le informazioni che avete sono di vitale importanza. Sto ancora pensando a quel computer. Sono decenni che si studia l’Intelligenza Artificiale e nessuno si era nemmeno avvicinato a quello che Nicolai ha fatto a casa sua con pochi centesimi di materiale.”

“Hai ragione Alpha, è un computer fantastico…peccato che sia rimasto alla Pirotech. Domani penso che la prima domanda che faranno sarà: ne può costruire un altro?”

“Se la notizia trapela il professore è in pericolo di vita. A qualcuno questa scoperta potrebbe non piacere affatto. Lo terrò d’occhio io per ora. Intanto tu fai una proposta a mio nome, dì che sei un rappresentante di una importante compagnia, io ti farò avere tutti i documenti necessari, così lo faccio venire a lavorare per me.”

“Ok, spediscimele qui da Tom.”

“Se lavora per me è al sicuro…spero che la notizia non sia ancora trapelata.”

“Dimentichi Z3u5.”

“Hai ragione, lui già lo sa…e di sicuro non l’ha presa bene. So che ci sono delle guardie nell’albergo dove è ospitato Nicolai, ma dubito che siano sufficienti a fermare un attacco, se qualcuno dovesse rapirlo o fargli del male siamo spacciati, lo sai?”

“Sì, lo so.”

“Forse è meglio che smobiliti qualche mio contatto. Tieni il cellulare accesso se succede qualcosa te lo faccio squillare.”

“Ok Alpha.”

Posò il cellulare sulla spalliera del divano e tentò di trovare una posizione comoda. Dopo pochi minuti si assopì.

 ______________________

Si trovava in un campo di grano e stava accarezzando con la mano le spighe gialle, da lontano si vedeva una casetta bianca e sulla stradina un bambino che gli correva incontro. Ad un tratto un suono pervase la sua mente come un trillìo lontano che si faceva sempre più vicino.

Aprì gli occhi, era nell’oscurità e il cellulare suonava all’impazzata. Lo prese in mano e sullo schermo era comparso un messaggio da AlphaCentauri: HANNO TENTATO DI SPARARE AL PROFESSORE.


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apr
16th

Fantasmi della rete – Unità 731 – Si torna a casa

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

54.

Appena usciti fuori dalla capitaneria di porto il poliziotto che li aveva scortati se ne andò, così poterono parlare liberamente.

“Cosa vi è saltato in mente?” inveì Tom

“Stai calmo Tom, era chiaro che è stato Ebola a chiedere al commissario di restare lì!” rispose Leonardo

“Infatti, non aveva nessun altro motivo per trattenerlo.” aggiunse C4ss4ndr4.

“Come fate ad esserne così sicuri?”

“Ebola non era per nulla contento di venire negli Stati Uniti e collaborare con voi, lo faceva solo perché odiava la Pirotech e non ci voleva proprio stare lì dentro. Comunque fossi in voi non mi preoccuperei, Ebola ci darà tutto l’aiuto che può, mi contatterà lui, vedrai.”

“Se lo dici tu.”

I sei andarono fino ai moli senza essere fermati da nessuno come aveva detto il colonnello, videro subito la nave oceanografica dipinta di turchese che spiccava in mezzo alle altre. Era lunga più di venti metri.

Si avvicinarono e videro che c’era una scaletta collegata a un boccaporto. Salirono la scaletta ed entrarono nella nave. Finalmente erano al sicuro.

FINE SECONDA PARTE


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apr
9th

Fantasmi della rete – Unità 731 – Alina

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

53.

Ebola uscì dalla stanza insieme al colonnello che, senza parlare, lo portò in una server-room, una stanza nel cui interno si trovava un grande server contenente migliaia di terabyte di memoria. Sul muro c’era uno schermo da quarantadue pollici in sedici noni da cui partiva una grossa console con una serie infinita di tasti di bottoni e una tastiera qwerty.

“Questo è il nostro mainframe. Qui dentro c’è tutto quello che riguarda la nostra storia, cultura, segreti militari, inoltre il server cripta le comunicazioni segrete tra i membri del governo…insomma hai capito no? Riusciresti a crackarlo?”

“Stammi a sentire: queste cose le facevo quando ero un bambino, mi puoi dire cosa vuoi?”

“Voglio testare il nostro sistema contro gli attacchi. Lo vedi lì nel lato? C’è un normalissimo computer collegato alla nostra rete wifi dovresti provare a crackare il nostro server da lì. Noi ti osserveremo per capire quali sono le vulnerabilità del sistema, sempre se ci sono.”

“E io cosa ci guadagno?”

“Dimmi quanto vuoi.”

“Duemila dollari in contanti più una promessa.”

“Accordati i duemila dollari, pensavo fossi più caro, per la promessa, dimmi qual è e ti dirò.”

“Voglio che facciate finta di trattenermi con voi qui e mandare via la mia squadra senza di me. C’è un mio amico lì in mezzo, non gli dovete fare nulla, dovete solo lasciargli prendere quella nave.”

“Accordato, nulla di complicato, volevo mandarli via comunque, i vostri traffici non mi interessano. Quanto ci metterai?

“Dipende, un’ora o forse un giorno, chi lo sa…non bisogna avere fretta.”

“Ti lascio lavorare.”

“Aspetta.”

“Cosa c’è?”

“Se mi lasci collegare alla rete wifi in cinque minuti sono nel server, vediamo di rendere la cosa un pochettino più succosa. Hai un cellulare?”

“Cosa intendi? Sì, ho un cellulare?”

“Intendo che se sono già un client del server anche se prendo solo la connessione parto già da una posizione privilegiata, se mi collego con il tuo cellulare o con una qualsiasi connessione slegata dal server diventa più difficile crackarlo e simuliamo un attacco dall’esterno.”

“Ok, ci sto.”

Il colonnello diede il cellulare ad Ebola il quale si andò a sedere nella scomodissima sedia posta vicino al portatile nell’angolo.

Per prima cosa doveva impostare una connessione partendo dal cellulare, ma questo era un gioco da ragazzi, una semplice installazione.

Installati il modem per la navigazione incominciò a pensare a come poter attaccare quel server. Le uniche informazioni a sua disposizione erano quelle che gli aveva dato poco prima Sanchez. La sfida sembrava abbastanza interessante e questo lo eccitava moltissimo, stava quasi per perdere l’abitudine all’hacking ma questa era una buona occasione per rifarsi le ossa con qualcosa di stimolante.

Oltre al fatto che aveva poche informazioni c’era un problema di fondo, in quanto essendo il suo hacking monitorato, non poteva usare tutte le sue conoscenze per non esporsi troppo, non poteva nemmeno creare un software ad hoc per evitare che le sue creature venissero clonate. Doveva usare programmi preconfezionati da altri.

A peggiorare la situazione c’era il fatto che il sistema operativo installato sulla macchina era un sistema operativo Windows, che già di per se non andava bene per hackerare, però non poteva disinstallarlo se no il monitoraggio dei cubani non sarebbe andato a buon fine. Doveva trovare una soluzione.

Decise di installare una macchina virtuale. Questo software permette di installare un PC dentro il PC. Praticamente crea una partizione vergine dentro l’hard disk e simula un computer nuovo. Si fa partire il programma e l’installazione del sistema operativo e il gioco è fatto, in pochissimi minuti avremo una finestra aperta con un altro sistema operativo.

Per creare la macchina virtuale scaricò Microsoft Virtual Machine che gli sembrò il software più appropriato visto che stava lavorando con un sistema operativo della stessa marca, intanto incominciò a scaricare il sistema operativo prescelto: Debian. Questa distribuzione GNU/linux è molto leggera e semplice; non aveva nessun motore grafico e praticamente si concretizzava in una shell unix che partiva all’avvio del PC. Ovviamente tutto si poteva installare successivamente ma a Ebola bastava la shell per fare quello che doveva fare.

In mezz’ora riuscì a scaricare e installare sia il software per le macchine virtuali che la distribuzione di linux.

Finalmente era operativo al cento per cento. Quel tempo passato ad aspettare era servito ad elaborare una strategia per l’attacco al server. Il colonnello aveva detto che il server veniva usato per filtrare e criptare le informazioni che i capi di stato si scambiavano; aveva anche detto che conteneva tutta la storia e i progetti top secret.

Ebola sapeva, però, che quello nella stanza non era il server principale della nazione. Era certo del fatto che c’era un server vicino alla città di Avana contenente il sito web dello stato e le caselle di posta di Castro e dei membri del suo staff. Era così sicuro perché anni prima aveva usato quel server come nodo nella connessione. L’unico modo, quindi, di entrare in possesso dell’indirizzo IP di quel server, per poterlo attaccare, era usare le informazioni in entrata: email provenienti da qualche capo di stato cubano e diretto ad un suo superiore o pari grado. Per far questo doveva entrare nelle caselle di posta e individuare un messaggio in uscita che veniva spedito al server e criptato per poi essere inviato al destinatario finale. Questo piano sembrava perfetto, ma c’era una piccola falla data dall’orario: chi si scambiava informazioni alle sette del mattino? Per risolvere questo problema doveva creare una backdoor, penetrare in un PC di qualche esponente importante e rinviare una mail che contenesse dati sensibili, e quindi che sarebbe stata sicuramente criptata contando sul fatto che di sicuro non tutti i capi di stato erano avvezzi ai computer e qualcuno, di sicuro, era poco informato in fatto di sicurezza.

Se avesse potuto creare il suo software, che aveva sviluppato nel corso di molti anni, tutto sarebbe stato più facile, però dovette arrangiarsi.

Scaricò dalla rete un software per la programmazione in C++ e cominciò a scrivere chilometri di codice. Il suo scopo era quello di creare un trojan che aprisse una backdoor, una volta che si fosse installato nel PC. Visto che l’aveva fatto una miriade di volte, le sue dita scorrevano sulla tastiera a velocità disumana.

In pochi minuti il virus fu pronto. Lo mise in un archivio autoestraente per evitare che gli antivirus presenti nei computer bloccassero il file eseguibile.

Il virus funzionava in maniera molto semplice: una volta penetrato nel PC, si apriva, si installava, apriva una porta nel firewall e mandava una chiamata al suo creatore, il quale, ottenendo l’indirizzo IP dal trojan, poteva comodamente accedere come utente amministratore sul computer infetto.

Il problema era far entrare il software all’interno del computer, però Ebola contava sull’utilizzo di software per lo scaricamento delle mail. Questi programmi scaricano le email e mettono l’allegato in una cartella di file temporanei che vengono cancellati nel momento in cui si cancella il messaggio. L’hacker contava sul fatto che alcuni avrebbero scaricato la mail con uno di questi software, dando il tempo al virus di installarsi e compiere il suo lavoro in silenzio.

Un altro inconveniente era dato dal fatto che erano solo le sette del mattino e quindi, probabilmente, nessuno dei destinatari del virus sarebbe stato online, anche se c’era la possibilità che alcuni computer fossero sempre accesi giorno e notte.

Dopo aver creato il virus lo inviò a tutti i destinatari possibili; preventivamente era andato nel sito ufficiale dello stato e si era scaricato una lista di membri del parlamento con i relativi indirizzi email. Ovviamente quelli non erano gli indirizzi che usavano per inviare posta riservata, ma erano un buon modo per entrare nel loro computer.

Dopo pochi secondi arrivarono un paio di segnali nel computer dell’hacker, come al solito aveva fatto centro. Penetrò in uno degli indirizzi che gli era arrivato, ormai era tutto semplice con un trojan nel computer, dopo pochi passaggi riuscì a visualizzare il desktop, ovviamente poteva anche controllare il computer, ma non voleva farsi scoprire e si mise a curiosare. L’obbiettivo stava leggendo la posta, vide che il suo messaggio era stato già catalogato come spam e buttato nel cestino, come molti, questo personaggio non sapeva che se non si cancellano definitivamente i messaggi, gli allegati rimangono potenzialmente pericolosi.

Quello non era il computer che cercava, lo capì dall’indirizzo del destinatario che vide in una mail che stava leggendo, era solo un membro marginale dello stato e di sicuro non aveva nessun rapporto top secret con gli alti gradi.

Fece la stessa cosa con diversi indirizzi IP ma con scarsi risultati, fino a che non incontrò il PC giusto. Era quello di un generale dell’esercito, mentre osservava i suoi spostamenti nello schermo, andò a fare una ricerca su di lui. Era un sessantenne che aveva prestato servizio con Fidel Castro. Un sorriso spuntò sulle labbra dell’hacker: una persona di quell’età di sicuro sottovaluta o non conosce molti aspetti che invece erano vitali per lui.

Aspettò pazientemente che leggesse tutte le mail, dai movimenti stentati del mouse capì che i suoi presentimenti erano esatti. Ad un tratto le attività del computer cessarono e il mouse non si mosse, evidentemente il generale Moreno Ortega si era assentato per un attimo. Ebola si rese conto che aveva trovato la sua gallina dalle uova d’oro: una persona anziana, che non è molto informata sul funzionamento dei computer e che, avendo una certa età, si sveglia presto al mattino e scarica la posta.

Ebola dall’alto del suo cinismo si fece una bella risata. Sfruttò quel momento di assenza per andare a scartabellare nelle mail inviate che, come al solito, non vengono mai cancellate. Dopo pochissimo tempo ne trovò una con dei piani militari inviati al fratello di Fidel Castro. Cliccò sul tasto inoltra e rinviò la mail.

Questa operazione serviva per ottenere l’indirizzo IP di destinazione della mail. In teoria la mail veniva inviata al server di Trinidad, veniva criptata e mandata all’indirizzo del destinatario, tutto questo con un ingegnoso sistema di filtraggio degli indirizzi mail. Ebola notò che questo messaggio era stato inviato con un indirizzo molto strano, che infatti non arrivava direttamente al destinatario ma passava prima per il server. Sinceramente l’hacker non riusciva a capire questa misura di sicurezza, se le email non sono criptate in uscita, chiunque scovi il messaggio prima che entri nel server, riesce a leggere tutto.

Quello che Ebola non sapeva era che il server SMTP da cui partiva la posta, criptava i dati e li inviava criptati al server di Trinidad e poi da lì venivano mandati al destinatario, in questo modo se qualcuno avesse crackato il server di Avana avrebbe visto uno strano traffico verso un destinatario di una città cubana che, comunque, perso fra le migliaia di informazioni che passavano nel server centrale, sarebbe passato inosservato. Era un metodo un po’ particolare per sviare le tracce, inoltre questi messaggi segretissimi venivano immagazzinati nel server rendendo inutile il backup su vari computer. In teoria i singoli individui avrebbero dovuto cancellare tutta la posta dal loro computer ma si sa, a volte in queste cose si prende tutto sotto gamba e non si prendono le dovute precauzioni.

Ora aveva l’indirizzo IP del server che aveva lì a fianco. Penetrare in quel supercomputer non sarebbe stato altrettanto facile.

Il procedimento che intendeva attuare era abbastanza semplice. Creare un nodo con il server SMTP usato per inviare la posta, in modo che il firewall dell’obbiettivo non bloccasse la connessione. Creare una backdoor sempre disponibile sulla porta 110, quella usata per la ricezione della posta, ed entrare nel server come utente limitato.

Il procedimento era semplice e il cracker lo svolse con maestria come sempre e, in meno di tre minuti, aveva una shell aperta come utente limitato. Visto che il sistema operativo utilizzato non era di sicuro windows usò il comando “su” per aprire un prompt di root con privilegi di amministratore.

Una volta che ebbe dato il comando gli comparve una finestra con la richiesta della username e la password; ora era messa in gioco la sua abilità di hacker.

Si dice che questi personaggi riescano a capire le password. Non è raro infatti che i cracker più bravi non forzino le parole d’accesso bensì le indovinino.

Come username Ebola inserì “f.castro” e come password il nome della figlia “Alina” premette invio e, con sua somma gioia, gli comparve una schermata in spagnolo: “Benvenuto Leader Massimo”.

La sensazione che provò in quel momento fu di onnipotenza. Mentre si stava ancora gustando la vittoria, arrivò il colonnello.

“Come diavolo hai fatto?”

“Non l’avete visto?”

“A indovinare la password…”

“Esperienza…tutti mettono il nome della figlia…e il vostro leader non è da meno. Direi che il vostro sistema è molto vulnerabile da me…ma questo non vuol dire che qualsiasi Lamer lo possa bucare.”

“Ci devi dire cosa dobbiamo fare per migliorare il sistema.”

“Per questo vi serviranno molti soldi…già mi sento troppo White Hat.”

“White che cosa?”

“Ma non guardi i giornali? I cappelli bianchi…gli hacker “buoni”…anche se secondo me non esistono gli hacker buoni o cattivi…questo è un altro discorso comunque. Hai fatto quello che ti ho chiesto?”

“Sì, i tuoi amici sono salpati.”

“Bene. E il mio compenso?”

“Anche quello è già pronto.”


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apr
2nd

Fantasmi della rete- Unità 731 – Codardia

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

52.

“Veramente siamo degli scienziati. Stiamo aspettando la Export, una nave oceanografica che dovrebbe arrivare fra poco.”

“Mi fate vedere i vostri documenti?”

Tutti stettero in silenzio, nessuno sapeva più cosa dire, si guardavano l’un l’altro senza proferire parola.

“Come sta il colonnello Sanchez?” chiese C4ss4ndra al poliziotto

“Lei conosce il colonnello Sanchez?”

“Certo, sono il tenente Marina Ghandeasi, ho collaborato con lui per circa due mesi, sia qui che nel porto di Avana. Ad essere sincera nemmeno la sua è una faccia nuova, come si chiama?”

“Sono il sergente Gomez.”

“Sergente! Non si ricorda di me? Ci siamo visti alla serata di gala organizzata dalla capitaneria di porto presso la vostra sede. Abbiamo fatto un ballo insieme se non erro.”

“No signora…non penso di conoscerla, anche se il suo nome non mi è nuovo…”

“E non si ricorda di aver ballato con me. Questo è molto scortese.”

“Magari avrà ballato con qualcun altro. Ma aspetti che chiamo il colonnello in persona.”

Il poliziotto si allontanò, tutti guardarono C4ss4ndr4 con aria sorpresa.

“Ragazzi, cosa pensavate che nella setta se ne stia con le mani in mano? Ho lavorato veramente qui un paio di anni fa per prendere informazioni sui sistemi di gestione cubani, che sono stati sostituiti a tutti i livelli dal gestionale della Pirotech dopo che ho fatto il mio rapporto. Il sistema che usavano qui è stato migliorato e reso più economico, così è stato un gioco da ragazzi venderlo.”

“Poi ci spiegherai più nel dettaglio come lavora la Pirotech…” disse Tom ma si fermò mentre il poliziotto si riavvicinava

“Siete tutti invitati in capitaneria di porto. Potrete passare lì il tempo che vi resta prima che la vostra nave arrivi. Il colonnello desidera vederla Marina, è molto contento che sia venuta qui, ma nel contempo dispiaciuto del fatto che lei non l’abbia chiamato.”

“Ha perfettamente ragione, devo farmi perdonare.”

I sette si avviarono verso la capitaneria di porto, una costruzione a due piani colorata di giallo. Entrarono nella hall e vennero scortati fino ad un ampio salone al secondo piano.

“Questo è il salone delle conferenze.” bisbigliò l’indiana all’orecchio di Conti.

Dopo poco arrivò il colonnello Sanchez. Era un uomo alto e atletico sulla trentina, attraverso la divisa marroncino chiaro si poteva notare il fisico scolpito. Portava un pizzetto curato che dava al suo aspetto un tocco di classe. Aveva la carnagione scura, tipica delle popolazioni del centro America. Più che un colonnello sembrava un cantante.

Quando lo videro Tom e Leo si guardarono negli occhi e poi puntarono gli occhi rispettivamente verso la loro pancetta che spuntava dalla maglietta.

Il commissario si avvicinò e salutò tutti con una stretta di mano, poi avvicinandosi a C4ss4ndr4 le stampò un bacio sulla guancia.

“Mia cara, da quanto tempo. Non mi hai più chiamata, da quando sei andata via?”

“Scusa Juan hai ragione, sono stata scortese, ma sai sono arrivata a Cuba con questo gruppo di scienziati e tra una cosa e l’altra non ce l’ho proprio fatta. Lo sai come vanno le cose nell’esercito.”

“Sì, purtroppo lo so. Dovremmo vederci in abiti meno formali.”

“Hai ragione. Ascolta, sta per arrivare una nave qui in porto, la Export, noi dovremmo prendere quella se non ci sono problemi.”

“Assolutamente no. Ma come siete arrivati?”

“Siamo arrivati in aereo dalle Isole Cayman, in realtà questa è una missione non ufficiale, quindi di sicuro non troverai i nostri nomi sull’elenco.”

“Mi presenti i signori?”

“Certo. Allora qui c’è Leonardo Conti uno dei più bravi investigatori nel ramo informatico d’Italia, a fianco a lui vedi Tom Bellinger e Gerry Loi due poliziotti americani della divisione informatica, poi ci sono il professor Nicolai Cecksy un luminare nella tecnologia dell’hardware russo con sua moglie e in ultimo Ebola il cui nome dice già tutto.”

“Lei è il famoso Ebola!”

“Mi conosce?” rispose

“Certo che sì. E’ un onore per me conoscere il famoso hacker. Avrei delle cose da chiederle, magari più tardi se non le dispiace.”

“Se paghi bene” ribatté.

Tutti scoppiarono in una risata, ma Leonardo sapeva che Ebola non stava scherzando. Intanto arrivarono dei camerieri che portarono sigari, spremute e qualche frutto tropicale.

“Accomodatevi e mangiate con calma, fumate se volete, io vi requisisco il vostro amico.” disse prendendo l’hacker a braccetto.

Leo guardò l’amico che seguì il colonnello con aria stufa. Uscirono dalla stanza, lasciando soli la restante parte dei fuggitivi.

“Perché hai usato i nostri veri nomi?” chiese Gerry a C4ss4ndr4 non appena furono usciti.

L’indiana assunse un’espressione indispettita, facendo cenno con gli occhi di guardare su; il poliziotto si accorse subito di aver fatto una domanda stupida, era pieno di telecamere e microfoni.

“Lo so Gerry che la nostra missione è top secret, ma qui siamo al sicuro, conosco il colonnello da anni, lui sa come funzionano queste cose.”

In realtà C4ss4ndr4 sapeva che avrebbero effettuato dei controlli e se i nomi fossero risultati falsi, avrebbero sospettato di loro. Il fatto che avessero portato via Ebola confermava questa tesi: probabilmente volevano verificare se fosse realmente lui.

Restarono nel salone per un’oretta scarsa in cui scherzarono e mangiarono qualcosa fino a che il commissario non fu di ritorno.

“La vostra nave è arrivata.” disse il commissario entrando nella stanza. “Potete andare con i miei migliori auguri, ho già avvisato tutti di non farvi nessun tipo di controllo.”

“Ebola dov’è?” chiese Leonardo

“Lui resterà qui.”

“Cosa! Ma siamo impazziti?” urlò Bellinger.

La faccia del colonnello cambiò espressione. Aveva l’aria di qualcuno che sa ben più di quel che mostra.

“Ok, ce ne andiamo senza di lui.”

Tom impallidì sentendo dire queste parole alle sue spalle.

“Meno male che c’è Marina ad avere un po’ di buon senso…lei sa come funzionano certe cose qui.”

“Io non me ne vado via senza un membro della squadra!” continuò il poliziotto

Conti guardò C4ss4ndr4 e si rese conto che anche lei aveva intuito qualcosa.

“Tom, ascoltami, andiamo via.”

Bellinger era sempre più sconvolto, ma questa volta, visto che anche l’amico gli dava contro, a suo avviso per un attacco di codardia, decise di accondiscendere, abbassò lo sguardo e non parlò più.

I sei si avviarono verso l’uscita della capitaneria di porto, lasciando Ebola da solo nella tana del lupo.


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mar
26th

Fantasmi della rete – Unità 731 – Cuba

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

51.

Dentro l’elicottero l’ambiente era piuttosto stretto. Il velivolo non era stato progettato per portare nove persone in tutto, per cui lo spazio era abbastanza angusto.

Nessuno parlava, erano tutti sconcertati per quello che era capitato. Nessuno sapeva chi fossero quei tizi e dove li stessero portando, da quello che potevano vedere potevano essere finiti dalla padella alla brace.

Ebola ruppe il silenzio:

“Visto che nessuno parla, mi chiedo, si può sapere chi siete? Non è che non vi sia grato per averci salvato, ma mi piacerebbe sapere chi devo ringraziare.”

Uno dei soldati si tolse l’elmetto e il passamontagna; ne emerse un uomo di circa cinquant’anni con i capelli completamente bianchi tirati all’indietro.

“Ma lei è Patterson!” esclamò sconcertato Tom.

“Sì, sono io.”

“Non dovrebbe essere in galera?” chiese Leonardo sconcertato “questo signore mi ha sparato addosso!”

“Come se fosse la prima volta che qualcuno ti spara addosso.” commentò Ebola

“Questo non c’entra.” rispose Conti con un sorriso.

“Signori calma.” disse la voce imperturbabile del soldato “io faccio parte di un gruppo di mercenari assoldati esclusivamente per liberarvi. La prima parte della missione consisteva nel far si che poteste incontrarvi e, anche se devo dire che la gamba mi fa ancora male, ha avuto un discreto successo, poi, visto il vostro piano fallimentare, abbiamo dovuto usare le maniere forti per portarvi via dalla sede della Pirotech. Ora vi stiamo portando nei pressi di Trinidad a Cuba. Da allora dovrete sbrigarvela da soli.”

“Chi vi ha commissionato il lavoro? La CIA?” chiese Gerry

“Questo non è affar vostro e comunque nemmeno noi lo sappiamo, fa parte della nostra politica, noi offriamo servizi a pagamento, chi paga è il capo che si chiami CIA, FBI o Cenerentola, a noi non interessa. Siamo stati pagati per un lavoro, anche se piuttosto semplice, e lo porteremo a termine. Una volta arrivati a destinazione vi sarà consegnato un cellulare a testa col quale potrete chiamare chiunque vogliate, fra pochi minuti sarete soli.”

“Scusate? Come facevate a sapere che il nostro piano di fuga era fallimentare?” chiese Ebola abbastanza indispettito.

“Perché sapevamo che Z3u5 sapeva tutto. Un dottore l’aveva avvisato che la signorina C4ss4ndr4 era sparita. Dopo di che un informatore ci ha detto che era riuscito ad ottenere i video delle telecamere di sorveglianza e, la signorina, non passa proprio inosservata con quei capelli così lunghi. In questo modo hanno scoperto il vostro gioco, hanno riconosciuto Bellinger e Loi e hanno fatto due più due.”

“Bene. Siamo degli idioti.” commentò Tom

“In effetti potevate strutturare un piano migliore.”

“Ebola.” disse il professore “ma tu non avevi creato un virus per distruggere i client della Pirotech?”

“Infatti, ma ci siamo allontanati troppo in fretta e non ho fatto in tempo a farlo partire…è stato tutto lavoro inutile.”

“Dimenticavo un particolare” continuò Patterson “la moglie del professore è stata scortata nello stesso posto dove stiamo andando noi ora.”

“Mia moglie?”

“Sì signore. Dovrebbe trovarsi già lì da qualche ora ormai.”

Gli occhi di Nicolai si riempirono di lacrime, erano due anni che non vedeva sua moglie. “Come l’avete trovata?”

“Non è stato difficile, sono anni che sua moglie continua una lotta persa contro il governo per la sua ricerca. Lei è stato dichiarato morto due mesi dopo il suo rapimento. Basta sfogliare i giornali di due anni fa per trovare tutte le informazioni del caso, anche se, devo dire, la questione è stata volutamente insabbiata. Stiamo scendendo, tra poco sarete a terra.”

L’elicottero atterrò in un deposito abbandonato in mezzo ad una prateria secca. Tutto era illuminato da un paio di lampioni che emanavano una luce giallastra, dando all’ambiente che illuminavano una colorazione ancor più tetra. Sembrava un tipico ambiente da film: recinzione arrugginita, depositi dismessi, erba color ocra ovunque, era simile ad una base militare abbandonata. Il velivolo atterrò morbido, quando i rotori si fermarono, tutti scesero: sia i soldati che i passeggeri. Tre dei quattro mercenari si allontanarono verso un magazzino dismesso mentre Patterson fece cenno di seguirli.

Si diressero verso una costruzione bassa di lamiera, entrarono in un ambiente angusto, dentro il locale c’erano solo una scrivania e un armadio vuoto, oltre ad un altro soldato con il passamontagna e una donna con i capelli color rame e una carnagione bianca, era alta circa un metro e settanta e portava elegantemente una camicetta panna, che metteva in evidenza il décolleté, e un paio di pantaloni gessati neri. Dimostrava una quarantina d’anni, ma aveva un aspetto piuttosto giovanile.

Il professore percorse i pochi passi che lo separavano dalla donna.

“Erika.” disse

“Nicolai.”

I due si abbracciarono e cominciarono a parlarsi in russo. La scena era piuttosto commovente visto che i due non si vedevano da più di due anni. C4ss4ndr4 guardandoli cedette alle lacrime. I due si tennero abbracciati per qualche minuto fino a che il silenzio non fu rotto.

“Bene, ora siete soli. Arrivederci. Quando non sentirete più l’elicottero uscite e fate quello che volete. Nel cassetto della scrivania troverete dei cellulari, sono usa e getta e non rintracciabili, quindi chiamate chi volete. Vi saluto.”

Il mercenario uscì. Si sentì per qualche minuto il rumore dell’elicottero che si perse nell’oscurità.

“Bene ragazzi.” intervenne Tom “propongo che voi veniate tutti con noi. Ora chiamo la centrale e vediamo cosa ci dicono. Siete d’accordo?”

Tutti, tranne i due piccioncini che non si curavano minimamente degli altri, annuirono.

Bellinger fece una telefonata al capitano Hawk, svegliandolo nel cuore della notte. L’uomo non fu per nulla contento di come la situazione era stata gestita, diventava difficile farli uscire da Cuba per le vie ufficiali, in fondo erano dei clandestini e non avevano i documenti, tra l’altro lui e Gerry erano anche armati, senza contare il Taser di Leo, quindi se li avessero presi sarebbe stata molto dura farli uscire di galera; l’unica soluzione era trasportarli clandestinamente negli Stati Uniti. La telefonata durò un bel po’ di tempo tanto che dovette cambiare cellulare perché finì il credito di quello che aveva preso, ma alla fine giunsero ad un accordo.

Dovevano raggiungere il porto di Trinidad, che fungeva solo da scalo merci, l’indomani mattina sarebbe arrivata una nave a prenderli. L’unica difficoltà stava nel fatto che dovevano entrare nel porto senza essere visti, cosa che non sarebbe stata tanto facile; la nave si chiamava Export e sarebbe stata attraccata l’indomani. Il capitano era già stato avvisato e avrebbe lasciato la nave attraccata per tutto il giorno, loro non dovevano far altro che salire a bordo.

Grazie alla trasmittente che Leo aveva ancora in corpo Hawk riuscì a stabilire che si trovavano a cinque chilometri in linea d’aria dal porto di Trinidad. Avevano tutto il tempo che volevano, erano le tre di notte, ora locale, e la nave sarebbe arrivata in porto solo quattro ore dopo.

Si misero in marcia, uscirono dal complesso semi abbandonato e si avviarono nella direzione che aveva indicato il capitano del reparto informatico della polizia di New York. Dopo poco tempo trovarono una strada che riportava chiare indicazioni sulla direzione da prendere.

Camminarono per circa due ore senza intoppi, per strada non c’era praticamente nessuno; dopo un’altra mezz’ora di cammino intravidero il porto.

Camminavano a due a due: prima Bellinger e il suo collega, dietro il professor Nicolai e sua moglie e in ultimo C4ss4ndr4 ed Ebola. Leonardo era dietro tutti pensieroso.

“Leo c’è qualcosa che non va?” chiese l’indiana

“No, sto meditando.”

“Su cosa?”

“Bhè, negli ultimi giorni ne abbiamo fatte di cose, pensa che solo una settimana fa io ero nel mio ufficio che sbrigavo i miei piccoli casi per pagarmi l’università…tra l’altro…ieri avrei avuto un esame…vabbé…”

“Sì, in effetti ne sono successe di cose…anch’io mi chiedevo che cosa farò una volta che saremo negli Stati Uniti…”

“Purtroppo questa storia non è finita, Z3u5 non si fermerà anche perché il professore non è riuscito a prendere la sua invenzione, quindi l’Unità 731 continua a possedere un computer con le competenze per fare quello che vogliono fare…controllare la rete e averne il monopolio.”

“Ha ragione.” intervenne Ebola “purtroppo nessuno dei presenti è in grado di fronteggiare quel computer e non penso che ci sia una sola persona al mondo in grado di farlo. Comunque abbiamo sempre il professore.”

“Infatti, in tutta questa faccenda sarà importantissimo il suo aiuto. Dobbiamo capire se la macchina è vulnerabile.”

“Potrebbe costruirne un’altra, magari migliore.” propose C4ss4ndr4.

“Sì, potrebbe, forse, a meno che la sua scoperta non sia stata solo un colpo di fortuna. Ma questo lo scopriremo a suo tempo.”

Continuarono a chiacchierare sull’argomento fino a quando la conversazione non si spense da sola, ora come ora dovevano pensare solo ad uscire da Cuba prima che qualcuno pensasse bene di metterli in galera.

Leonardo cominciò a pensare a quando avrebbe rivisto Marzia, ovviamente, sarebbe stata molto arrabbiata, in fondo, se ne era andato via senza dire nulla a nessuno. Sperava che l’avrebbe perdonato. Quei giorni lontano da lei gli avevano fatto maturare la consapevolezza di quanto amava quella ragazza: la sua spontaneità e la sua dolcezza non avevano pari nel globo. Certo a volte risultava un po’ stressante ma anche lui aveva dei difetti, con la sua cocciutaggine, con la sua smania di voler sapere tutto e di apparire, inconsapevolmente, una persona boriosa, che crede di essere chissà chi.

Arrivarono vicino al porto e il traffico cominciò a farsi molto più intenso, ma nessuno sembrava badare a loro. Più si avvicinavano agli attracchi e più la presenza umana si faceva consistente. C’erano molti camion parcheggiati alla bene e meglio con autisti assonnati che aspettavano il loro turno per scaricare la merce, si vedeva anche qualche nave mercantile mezza scassata ormeggiata nel molo.

Erano solo le cinque e mezza del mattino, la loro nave non sarebbe arrivata che un’ora e mezza dopo; si misero in un angolo e aspettarono. Ovviamente sette persone non potevano nascondersi, quindi pensarono che la strategia migliore fosse far finta di niente, in fondo a chi potevano interessare sette persone vestite in maniera strana?

Non passarono nemmeno cinque minuti che vennero avvistati da un membro della capitaneria di porto che si avvicinò incuriosito, notando che non c’era nemmeno un cubano in mezzo a loro cominciò a parlare in inglese:

“Salve. State aspettando qualcuno?”


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