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nov
22nd

[Evento] Presi nella Rete: Analisi e Contrasto alla Criminalità Informatica

Autore: Angelo Righi | News

Il 23 Novembre, si svolgerà a Pavia, presso l’Aula Magna del Collegio Ghislieri, un convegno dedicato al cybercrime: “Presi nella Rete: Analisi e Contrasto alla Criminalità Informatica” che si preannuncia molto interessante.

Gli argomenti affrontati spazieranno dal cybercrime, alla computer forensics, dalla cyberwar ai malware bancari, alla underground economy. Tra i relatori, spicca la presenza di Emanuele Gentili, coordinatore del progetto BackTrack (distribuzione Linux dedicata al penetration-testing).

Il programma completo, che inizierà alle 9.30, può essere trovato al seguente indirizzo: http://informaticagiuridica.unipv.it/convegni/2012/invito20121123.pdf.

La partecipazione è libera e gratuita, ma a fini organizzativi è preferibile prenotarsi presso l’indirizzo email informatica.giuridica@ghislieri.it.

Ai partecipanti verrà rilasciato, su richiesta, l’attestato di presenza.


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ott
29th

Fantasmi della rete – Unità 731 – Epilogo

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

76.

S1b1ll4 era nella sua stanza, seduta sul letto. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e stava riflettendo su ciò che era accaduto. Da quando, più di dieci anni prima, Z3u5 l’aveva assoldata, lei aveva fatto di tutto per assecondarlo ed essergli fedele, in lui aveva visto il padre che non aveva mai avuto.
Il suo zelo per la causa della setta era così grande che aveva sacrificato tutta la sua vita per essa, e ora, si trovava con un pugno di
polvere in mano. Il piano era fallito, non importa per colpa di chi, era fallito. Quello per cui aveva lavorato duramente ora non esisteva più. Quello che la faceva stare più male non era il fatto che la missione in se stessa fosse fallita, ma che ormai, non aveva più nessun motivo per vivere, non aveva più uno scopo.
Per anni aveva nascosto questa sua insicurezza, questa sua voglia di essere capita e amata, dietro un alone di violenza e controllo. Si ricordava una frase che gli era rimasta impressa fin da piccola, l’aveva sentita nel film Matrix; Morpheus ad un certo punto dice a Neo: “Il controllo è potere”. Questa frase aveva così influito sull’adolescente che stava ascoltando che d’allora in poi aveva sempre tentato di controllare tutti, di avere potere sugli altri, di essere lei la leader sottomessa solo al grande capo Shiro Ishii, che considerava come un padre.
La realtà era che aveva seri problemi relazionali, come tutti gli hacker del resto. Ora però doveva trovare una soluzione; il suo
carattere orgoglioso non gli permetteva di lasciarsi andare e crogiolarsi nell’autocommiserazione. Doveva trovare una via d’uscita, un nuovo scopo nella vita.
Ma, dove poteva andare? In fondo la sua vita era la setta e, fuori da essa, nessuno la conosceva. Poi, quei pochi che la conoscevano avevano terrore della sua figura, paura anche solo a guardarla negli occhi. Come poteva chiedere aiuto ad uno di loro? Sarebbe
sembrata debole, ma lei non lo era. Non voleva finire come la madre picchiata e angariata da suo marito. Era lei la dominatrice e non gli altri.
Ad un tratto il suo viso si illuminò, c’era qualcuno che non aveva paura di lei, c’era qualcuno che si meritava il suo rispetto, c’era qualcuno che nonostante i suoi sforzi non era mai riuscito ad intimorire, doveva trovarlo, l’aveva fatto una volta e poteva farlo ancora.

77.

Un Hummer H3 nero procedeva spedito sulla strada per Harbin. Con i suoi quattro metri e settanta di lunghezza e quasi due metri di larghezza dominava la strada. Il suo potente motore da tremilasettecento centimetri cubici gli faceva sviluppare una potenza di
duecentoquarantacinque cavalli che facevano arrivare il mezzo, che pesa oltre due tonnellate, a centottanta chilometri all’ora.
Il guidatore era un tizio alto, sulla trentina. Aveva i capelli ricci e neri, tipici delle persone di colore, la carnagione era scurissima ma la forma del naso tradiva le sue origini americane. A fianco c’era un personaggio di media altezza, un tizio piuttosto normale con
capelli castani e occhi scuri. Facevano tutti e due parte della squadra di Patterson; la loro missione consisteva nel trovare Conti e gli altri e portarli in un luogo sicuro.
Erano soldati capaci e sicuri di loro stessi, nulla poteva spaventarli; addestrati durante la guerra del golfo avevano preso congedo
dall’esercito dopo aver visto tutte le malefatte in tempo di guerra. Erano i migliori nel loro campo. Il primo sapeva guidare qualsiasi cosa si muovesse in cielo, sulla terra o in mare. Il secondo era uno dei più grandi esperti di armi del mondo capace di riconoscere, solo dal rumore, il modello dell’arma da fuoco utilizzata. Erano persone di grande esperienza, nonostante la giovane età e, come tutti i componenti della squadra di mercenari, svolgevano il loro lavoro con precisione e impegno.
“Che stai pensando Bill?” chiese il guidatore
“Che questo lavoro è una noia mortale. Neanche una sparatoria…nulla.”
“Io se fossi in te non sarei così tranquillo, da quello che ci hanno rivelato le immagini dal satellite i tizi che sono con Ishii sono
armati.”
“Non c’è nemmeno il brivido della ricerca. Quel ragazzino ha quella ricetrasmittente…guarda lì…sappiamo già dov’è e tra poco lo
salveremo, sai che divertimento.”
“Sei sempre il solito, per te se non ci sono sparatorie non vale nemmeno la pena di alzarsi dal letto.”
“Ovvio, siamo professionisti, non baby sitter.”
“Bhè, da quello che mi hanno raccontato i ragazzi, Conti ha fatto un bel lavoro nella sede della Pirotech…o no?”
“Io sarei entrato in maniera diversa, comunque non mi piacciono i ragazzini esaltati. Già li abbiamo dovuti salvare una volta, e adesso di nuovo. Se non ci fossimo stati noi tutto sarebbe andato a rotoli. E sai quel che è peggio? Che il merito se lo prenderanno tutto loro.”
“Tu ti prendi i soldi però.”
“Questo è l’unica nota positiva.”
“Quella più importante.”
I due continuarono il loro viaggio fino alla cittadina di Harbin. Non ebbero nessuna difficoltà a girare per le vie della città grazie al loro preciso sistema GPS.
Più si avvicinavano al luogo dove stava Conti e più il fumo aumentava e questo li insospettiva non poco. Arrivarono vicino ad un
vicolo e la verità gli fu subito chiara, lo stabilimento che, a quanto diceva il navigatore satellitare, era il loro obiettivo stava andando a fuoco.
“Non può essere!” disse Bill sconcertato
“Il navigatore non sbaglia…non questo navigatore. Dobbiamo entrare lì dentro e prendere Leonardo e i suoi amici.”
“Come diavolo pensi di fare? Vuoi diventare un pollo arrosto?”
I due restarono immobili per un momento.
“Ok, so io come fare.” intervenne Bill “almeno ci divertiremo un po’. Prendi dalla macchina le maschere antigas e due bombe a mano.”
“Due bombe a mano?” ripeté il guidatore
“Ovvio, non ti ricordi nella guerra del golfo? Ah già, tu eri in mezzo alle donnicciole mentre noi ci spezzavamo la schiena.”
I due amici Bill Castelbury e Patrick Oconeba avevano combattuto nella guerra del golfo negli anni novanta. Allora non si
conoscevano ancora e mentre il primo faceva parte delle squadre di assalto, l’altro era l’addetto ai rifornimenti quindi non faceva altro che viaggiare di base in base. Entrambi erano compiti molto pericolosi perché, in guerra, si rischia sempre la vita ma Bill si era
trovato più di una volta faccia a faccia con la morte mentre il suo amico, per sua fortuna e scaltrezza, solo una volta aveva preso parte ad uno scontro armato e ne era uscito indenne.
Durante la guerra del golfo, Saddam Hussein, aveva dato fuoco ai pozzi di petrolio che, facendo un danno ambientale senza
precedenti e, ovviamente, quei pozzi non potevano essere spenti con l’acqua, anche perché nel deserto non era proprio un bene
facilmente accessibile. Allora si era trovata una soluzione, la stessa che Castelbury voleva attuare in questa occasione, con qualche modifica ovviamente.
Il fuoco per bruciare ha bisogno di un combustibile, in quel caso il petrolio, e di un comburente, di solito ossigeno. Se si riesce a
togliere il comburente il fuoco, non più alimentato si spegne. Per arrivare a questo obiettivo si usava l’esplosivo.
Si faceva brillare una grossa carica sopra il pozzo in fiamme. L’esplosione consumava in un secondo tutto l’ossigeno circostante e il pozzo letteralmente si spegneva. Ovviamente a quel punto bisognava essere desti a spegnere tutti i residui di fiamme perché se no il pozzo avrebbe ripreso fuoco come e più di prima.
Il principio che voleva usare Bill era lo stesso.
“Qui non siamo nel deserto! Vuoi buttare giù il capannone?”
“Dobbiamo correre il rischio. Se no troveremo dei polli allo spiedo non persone.”
Patrick fece come l’amico gli diceva corse in macchina e prese due maschere antigas e due bombe a mano.
Intanto Castelbury si era avvicinato al capannone per vedere l’entità delle fiamme. Il fuoco era ancora poco esteso ma la carta che
bruciava era messa in modo da creare un anello di fuoco intorno a qualcosa. Il fumo era troppo denso per vedere che cosa.
Bill individuò l’entrata la cui porta era stata sbarrata. Su un lato dell’edificio c’era la scala antincendio che portava ad una serie di
finestre al secondo piano. Bill decise che avrebbe preso quella.
I due membri della task force salirono sulla scaletta fino al secondo piano, c’erano delle finestre chiuse che davano sull’interno oltre le quali si vedeva un corridoio fatto di rete metallica. Evidentemente l’edificio veniva utilizzato come centro di stoccaggio e quei
corridoi sospesi erano utilizzati per dare ordini alle gru che mettevano in ordine i cubi di carta, che pesavano più di una tonnellata.
“Allora, se apriamo le finestre le fiamme divamperanno ancora di più, l’idea è questa: io taglio il vetro con il diamante, entriamo e
richiudiamo subito la finestra in modo che entri meno aria possibile, poi facciamo brillare le bombe e ci creiamo una via d’entrata e una d’uscita, non avremo molto tempo.”
“E dove lo prendi un diamante per tagliare il vetro?”
“Io mi porto in missione sempre tutto l’occorrente.”
Bill tirò fuori un aggeggio che assomigliava vagamente a d un compasso e una piccola ventosa da una tasta dei pantaloni.
“Mi raccomando, le bombe devono brillare in aria non troppo vicini al muro, quindi conta fino ad otto e lanciala verso le fiamme.”
Patrick fece un segno di intesa. Entrambi indossarono la maschera antigas; Bill incominciò a lavorare sul vetro che si bucò come il burro. Fece un foro circolare di settanta centimetri di diametro. Con la ventosa estrasse il vetro ed entrò aspettando che entrasse
l’amico. Le fiamme aumentarono di volume soprattutto nella zona dove la finestra venne aperta.
Castelbury fece il possibile per tenerla aperta il meno possibile. Appena furono entrati richiuse il buco. Il vetro era in un equilibrio precario ma sembrava che reggesse.
I due videro la gomma delle suole degli anfibi incominciare a sciogliersi. Camminarono in fretta fino alla scaletta, il caldo era
insopportabile e il fumo era molto denso.
Arrivati alla scala di metallo che gli operai usavano per scendere a terra videro che dava direttamente sulle fiamme.
Bill prese una bomba a mano tolse la sicura e conto fino ad otto, dopo di che la lanciò in aria. Il tempo sembrò fermarsi mentre
l’ordigno andava verso le fiamme distanti una decina di metri.
I due si girarono e si coprirono il viso con le mani aspettando l’impatto che arrivò come una forza invisibile che li spingeva verso la parete.
Il fuoco per un attimo si smorzò ma lo spostamento d’aria fece spaccare tutte le finestre insieme. L’aria entro in una frazione di
secondo rialimentando le fiamme che salirono ancor più di prima.
I due si guardarono con aria sconfitta. Avevano ridotto ancora il tempo che avevano a disposizione, quel posto stava diventando un
inferno, se entro pochissimi minuti non fossero usciti con le quattro persone che cercavano, per loro, non ci sarebbe stato più nulla da fare.
L’esplosione, oltre a spaccare le finestre aveva creato un foro nelle fiamme dove con un po’ di attenzione si poteva passare.
I due si gettarono in mezzo al buco. I loro vestiti incominciarono a bruciare, si gettarono a terra nel tentativo di spegnerli, si tolsero anche il giubbotto mimetico che portavano sempre e con quello spensero le fiamme uno dell’altro.
Quando furono entrati all’interno del cerchio videro quattro persone legate a delle sedie prive di sensi. Uno di loro era anche caduto con la faccia a terra. C’era un’altra figura, staccata dagli altri, che non era legata. I due non ebbero il tempo di pensare a chi fosse, loro si aspettavano di trovare quattro persone non cinque.
Presero il coltello che tenevano nell’anfibio e tagliarono le corde dei prigionieri.
“Che facciamo ora?” urlò Patrick.
“Abbiamo un’unica soluzione. Lancia la bomba contro il muro e crea un foro da dove possiamo uscire.”
Il grosso americano non se lo fece dire due volte estrasse la seconda bomba a mano, tolse la sicura e, dopo aver aspettato cinque secondi, fece fare alla bomba una parabola verso il muro più vicino, dopo pochi secondi la bomba esplose.
Si creò un foro di circa un metro di diametro, purtroppo però era a un metro e mezzo di altezza ma aveva creato un bel foro nelle fiamme che ormai divampavano altissime tra i cubi di carta. Erano passati solo quindici minuti da quando il fuoco era stato appiccato ma sembrava fossero passati anni.
I due paramilitari erano arrivati cinque minuti dopo ed era già un inferno, ora le loro vite erano in pericolo.
I due presero i corpi e li trascinarono verso l’apertura, Bill uscì per primo mentre Oconeba restò dentro. I due fecero passare Leonardo, C4s4ndr4, Pr0m3t30, Cecksy e Ishii come dei sacchi di patate e li distesero fuori in un posto sicuro.
Incominciavano a sentirsi le sirene dei pompieri e delle ambulanze arrivare, non appena videro le prime sirene, Calstelbury e Patrick si dileguarono.

 

Epilogo

Leonardo era in mezzo al traffico di Torino. Non riusciva a togliersi dalla mente gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Dopo essere svenuto nel magazzino in fiamme si era svegliato in un ospedale cinese. Aveva ustioni sul viso e qua e là in tutto il corpo, fortunatamente erano ustioni non gravi che, quindi, non lasciavano cicatrici. Dopo qualche giorno era stato dimesse ed era tornato in Italia, AlphaCentauriY2K gli aveva detto che erano stati i membri della squadra di Patterson a salvarli e lui non era riuscito nemmeno a ringraziarli.
Bellinger e Loi erano stati pluridecorati per la loro impresa che, comunque, non sarebbe stata comunicata a nessun ente di informazione perché non doveva essere pubblicizzata. Si erano incontrati anche con il presidente degli Stati Uniti in persona che, una volta preso atto della situazione, era passato a complimentarsi direttamente con gli interessati.
C4ss4ndr4 era risuscitata con il nome di Cassandra Leoni, stessa sorte toccò a Pr0m3t30, che in realtà si chiamava Steve Borriello. Entrambi entrarono a far parte della polizia informatica di New York e, già nei primi giorni, si distinsero per la loro abilità. Era cominciata a tutti gli effetti una vita normale.
Tutto sembrava tornato alla normalità, ma quell’esperienza l’aveva segnato. Forse, l’aveva fatto maturare. Il mondo era pieno di loschi criminali che avrebbero fatto qualsiasi cosa per accaparrarsi il potere o per guadagnare un sacco di soldi. Di sicuro non poteva fare molto per cambiare le cose ma nel suo piccolo avrebbe continuato ad impegnarsi con l’aiuto del suo amico Alpha.
Si trovava in Corso Cosenza quando il suo cellulare squillò. Leo schiacciò il pulsante del viva voce bluetooth che aveva installato in macchina.
“Pronto.”
“Ehilà pseudo hacker.” disse una voce gioviale in inglese.
“Ebola!”
“In persona. Ho visto che alla fine tutto è andato per il verso giusto.”
“Si, anche se potevi evitare di andartene così.”
“Il mio ruolo era finito.”
“Perché mi hai chiamato? Io sono in Italia ora.”
“Ti chiamo per dirti che penso di ritirarmi ufficialmente dall’hacking a livello professionistico.”
“Non sapevo esistessero delle categorie per gli hacker, con il tuo contratto hai le ferie pagate?”
“Non fare lo spiritoso. Io mi ritiro Leo. Non so se ci sentiremo più quindi ti volevo salutare.”
“Grazie Ebola. Ma mai dire mai nella vita!”
“Hai ragione.”
“Non ti avevo mai sentito dire quella parola.”
“Sono molto cambiato…ma questa è un’altra storia. Ho incontrato una persona, che tu hai avuto modo di conoscere, ora diciamo che…ci stiamo frequentando assiduamente…”
“Benissimo! Finalmente anche tu alle prese con una donna…si può sapere chi è la fortunata…o la sfortunata?”
“La tua domanda è sibillina…Addio!”
La comunicazione si chiuse. Prima che potesse farsi altre domande il telefono squillò di nuovo.
“Leo, sono Alpha. Ho visto che eri in macchina e ho preferito chiamarti, ora che ho creato questa rete criptata mi viene più comodo.”
“Come stai Alpha? Dimmi tutto.”
“Non tanto bene…abbiamo un problema…”
“Che tipo di problema?”
“Hai mai sentito parlare di B3nkm4rk?”
“No.”
“Ok. Ti spiego tutto. Ma sappi che è una bella gatta da pelare…e mi serve il tuo aiuto.”
“Oh no! Ci risiamo!”  —-  FINE


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ott
23rd

Fantasmi della rete – Unità 731 – Rally

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

74.

L’avevano sbattuta dentro quella lurida stanza vuota come se fosse un sacco di patate; l’avevano spinta così forte che era caduta a terra. Era rimasta lì per qualche minuto a pensare.
Aveva trascorso l’ultima settimana in compagnia di persone meravigliose, finalmente aveva cominciato a vivere: aveva cucinato, aveva mangiato in compagnia, aveva lavorato con delle persone che le volevano bene. Quella sì che era vita. Ora si trovava di nuovo chiusa in una gabbia, questa volta letterale e non sapeva quale sarebbe stato il suo destino. Z3u5 non era solito perdonare. Anche se aveva fatto parte del comitato direttivo non era al corrente di tutti i loschi traffici della setta: una volta però aveva parlando con Erm4s, l’unico membro del comitato che, a suo avviso, non era un invasato e  le aveva riferito che per ottenere alcuni favori il capo della setta aveva fatto rapire e sbattere in galera per oltre tre mesi l’amministratore delegato di una ditta indiana. Il pover’uomo ne aveva passate di tutti i colori nel periodo che era stato in gattabuia e, con questo pretesto, si era prestato ad ogni tipo di favore nei confronti della Pirotech.
Si mise a sedere per terra, sentiva di nuovo quel peso sullo stomaco che l’aveva abbandonata negli ultimi giorni, non sapeva cosa fare, non sapeva cosa pensare.
D’un tratto sentì che la porta della sua stanza era stata aperta. Entrò qualcuno che richiuse la porta dietro di sé. Era un personaggio particolare: portava degli occhiali di corno e i capelli biondi pieni di gel tirati all’indietro; era molto magro e, anche se non si poteva definire una gran bellezza, aveva un aspetto simpatico e sincero. Portava un paio di jeans blu e una maglietta bianca,
“Pr0m3t30! Che ci fai qui?”
“Ssssshhhh…parla piano…sono venuto a liberarti.”
“Ma, come hai fatto a sapere che ero qui?”
“Io ho tutte le chiavi non ricordi, se qualcuno vuole chiudere una porta deve venire da me.”
“Ma tu non lavoravi nelle isole Cayman?”
“Sì ma qui c’è più lavoro e, visto che sono il migliore nel mio campo, mi hanno spostato ed è una vera fortuna per te.”
“Lo sai che sei un tesoro?”
“Dimmelo quando saremo usciti di qui.”
“Dobbiamo liberare il professore e Leo!”
“Chi è Leo?”
“Un mio amico…ma che c’è?”
“Cosa c’è tra te e questo Leo?”
“Adesso non abbiamo tempo Pr0m3t30!”
“Non mi muovo di qui se non mi dici cosa c’è tra te e questo…come si chiama?…Leo!”
“Cosa sei geloso? Sei geloso?” l’indiana diede al giovane un bacio sulla guancia “è solo un amico non ti preoccupare.”
“Cioè…non capire male…non è che…io…insomma…non…”
“Me lo dirai dopo. Ora andiamo.”
“Tieni, questa è la chiave della stanza del tuo amico, io vado a prendere il professore qui a fianco. Poi dovremo scendere nel garage. Non abbiamo molto tempo prima che se ne accorgano.”

75.

“Come diavolo hai fatto ad uscire?”
“Ti spiego dopo, ora vieni subito!”
Leonardo seguì senza batter ciglio la ragazza: “Alpha hai sentito? Ce ne andiamo?”
“E chi si perde sto manicomio…sto in attesa e se hai bisogno…parla.”
I due appena usciti dalla stanza girarono a destra dove Pr0m3t30 e il professore li stavano aspettando. Conti fu un po’ stupito dall’aspetto strano dell’ultimo arrivato ma da come guardava C4ss4ndr4 subito intuì che, almeno da parte sua, c’era un secondo fine nell’aiutarli in quel modo. Pensò anche che fosse un pazzo, stava rischiando la vita. In fondo però, anche lui avrebbe fatto la stessa cosa per Marzia.
Si misero tutti e quattro a correre verso l’ascensore che si aprì appena Pr0m3t30 toccò il pulsante. Sulla destra c’erano una serie di pulsanti con il numero dei piani che arrivavano fino al seminterrato e, in fondo, il buco per una chiave. Il biondino prese dalla tasca un mazzo di chiavi enorme e con molta sicurezza ne estrasse una, la mise in posizione e gli fece fare mezzo giro.
L’ascensore si mosse verso il piano inferiore. Stavano andando sotto la sala del server dove si trovava il garage che conteneva le macchine della ditta. L’accesso era riservato e solo chi aveva una particolare autorizzazione poteva entrare in quell’ala.
Arrivati al piano desiderato la porta si aprì. Il primo ad uscire fu Pr0m3t30 che con fare sicuro, attraversò i due metri che lo separavano dalla porta che dava direttamente sul garage, tirò fuori un’altra chiave e aprì.
Tutti lo seguirono in un ampio locale in cui erano parcheggiate oltre quindici auto e furgoni. Conti vide l’Audi R8 che aveva avuto il piacere di guidare solo pochissime volte, c’era anche un BMW M6 e una Lotus Elise.
“Quale prendiamo…io non me ne intendo…sono macchine con il cambio manuale…spero che qualcuno di voi le sappia guidare.”
“Certo, guido io. Prendiamo la Mustang GT500″ disse con foga Leonardo.
Era galvanizzato, anche in quella situazione di estremo pericolo non riusciva a resistere all’idea di avere un motore del genere fra le mani. Lei era lì in tutto il suo splendore, una Mustang GT500 grigia con due bande blu che percorrevano per intero la linea della macchina tagliandola a metà nel verso della lunghezza. Era un’auto davvero splendida ma non solo. Il cofano nascondeva un motore sovralimentato V8 da 5.4 litri capace di sprigionare una potenza di cinquecento cavalli e, nonostante fosse una macchina americana aveva il cambio manuale a 6 marce. Dai cerchi in lega cromati da venti pollici si poteva notare l’impianto frenante italiano marcato Brembo.
Il giovane porse al ragazzo italiano le chiavi della vettura. Il marchio Ford era ben visibile nella decorazione del portachiavi.
“Ma hai tutte le chiavi in tasca?” chiese Leo curioso.
“Quasi.” rispose il biondino.
I quattro fuggiaschi salirono in macchina: Leo alla guida, il professore a fianco e C4ss4ndr4 e Pr0m3t30 negli stretti posti di dietro.
Il rumore del motore rimbombò in tutto il garage, intanto in lontananza si sentivano le sirene dell’allarme.
“Ci hanno scoperti. Presto vai!”
Leonardo mise la prima e partì a tutto gas verso la rampa che dava sul cortile. La macchina aveva una potenza straordinaria e le gomme larghe le davano un grip e una tenuta fantastiche.
Dallo specchietto notò che stavano arrivando degli uomini vestiti di nero all’interno del garage, si sentì anche il rumore di uno sparo che non colpì nemmeno di striscio la carrozzeria.
Dopo una curva leggera sulla destra la rampa tornava dritta fino ad arrivare ad una sbarra di legno posta prima dell’uscita: ovviamente non venne neppure considerata. L’auto uscì dal garage a cento miglia all’ora. Davanti a loro, a circa cinquecento metri c’era il grande cancello elettrificato.
Pr0m3t30 aveva ancora qualche asso nella manica prima di affidarsi completamente alla guida di Conti. Estrasse dalla tasca dei pantaloni, non con poca difficoltà, un telecomando che fece aprire il cancello elettrificato.
“Se non vai più piano ci schiantiamo! Guarda che è pieno di corrente e non riuscirai a sorpassarlo se non si apre.”
L’italiano dovette rallentare sensibilmente, sentiva dietro di loro il rombo dei motori delle macchine che si erano lanciate all’inseguimento. Il fatto di dover attendere l’apertura del portone li fece perdere non poco vantaggio sui loro inseguitori, quando infine il cancello si aprì avevano già alle calcagna tre macchine: una Lotus Elise, una Subaru Impreza e, sfortunatamente l’R8 guidata da Z3u5 in persona.
“Se ne danno da fare per venirci a prendere eh!” scherzò Conti
“Spero che tu lo sappia guidare questo bolide.” commentò Cecksy
Il ragazzo lasciò con un braccio il volante e premette il microfono nell’orecchio:
“Alpha, non so se hai capito…siamo in una strada della Manciuria, inseguiti da tre auto e io non ho la più pallida idea di dove devo andare.”
“Lo so, lo so. Ti sto seguendo grazie al trasmettitore che hai addosso.”
“Dove devo andare?”
“Dovresti seminarli e andare ad Harbin che è a una cinquantina di chilometri da dove ti trovi ora, quando arrivi ti farò venire a prendere dalla squadra di Patterson.”
“Ma adesso questi come li semino?”
“Questo proprio non lo so…prova ad arrivare in città.”
Leonardo sapeva che purtroppo, in quel frangente, Alpha non poteva fare nulla. Stava chiedendo all’auto tutto quello che poteva dare in quella lunghissima strada che stava percorrendo. Non c’era una curva, nulla. Era dritta e si perdeva nella campagna cinese.
L’R8 guidata da Z3u5 era leggermente più veloce e guadagnava terreno in fretta, contando anche che portava solo il peso di un uomo mentre la Mustang ne aveva quattro.
“Ragazzi, tenetevi forte!”
Leonardo deviò nello sterrato a fianco alla strada. In quella regione della Cina la campagna ha un aspetto molto brullo e il terreno, se non viene arato ed irrigato, assume un aspetto bruno e cupo.
Fece una curva di circa quarantacinque gradi a destra andando a proseguire la sua corsa nello sterrato pieno, questa mossa era dovuta a diversi fattori. Come già detto, la Mustang era più pesante, sia in se stessa che per il carico che portava, quindi teneva molto meglio nello sterrato rispetto all’R8, le ruote erano più larghe e quindi permetteva molta più libertà.
La tattica in un primo momento funzionò infatti l’Audi, non adatta ai percorsi accidentati, perdeva terreno rapidamente. Delle tre macchine che inseguivano i fuggiaschi solo due erano rimaste al passo. Leonardo non aveva calcolato che l’altra macchina che li inseguiva era un’auto che per anni aveva vinto rally di tutti i tipi e che, quindi, si trovava molto a suo agio sui terreni accidentati.
Continuarono ad andare avanti sullo sterrato per un po’ di chilometri con l’R8 che perdeva terreno e la Subaru che lo guadagnava.
Piano piano il paesaggio si faceva sempre più verde fino a quando comparve alla vista un fiume: il Songhua. L’argine, alto oltre quattro metri, era lontano ancora due chilometri ma alla loro velocità attuale, che superava i centocinquanta miglia all’ora (circa i duecentocinquanta chilometri all’ora) non avevano molto tempo per pensare a cosa fare.
La Subaru era sempre dietro e non accennava a volersene andare, nonostante la scia di polvere che si alzava al passaggio della Mustang, l’Audi invece era rimasta indietro, una velocità del genere sarebbe stata letale per le sospensioni in quel terreno.
“Sapete che cos’è uno scandinavian flick?” chiese Leonardo
“No.” risposero in coro
“Meglio.”
L’argine era ormai molto vicino, Leonardo non era convinto che il guidatore della Subaru l’avesse visto in quanto non aveva accennato a rallentare. Doveva compiere una manovra da manuale se voleva avere qualche possibilità di mettere in pratica ciò che pensava.
“Non dovresti rallentare?” chiese il professore che vedeva l’argine sempre più vicino.
“Tenetevi forte ragazzi!”
L’espediente che voleva usare poteva mandare tutti al creatore ma era l’unico modo per riuscire a togliersi di mezzo quella Impreza.
Tolse leggermente il piede dall’acceleratore portandolo a metà corsa del pedale, la macchina rallentò fino ad arrivare a cento miglia all’ora. La Subaru si avvicino fino quasi a toccare il paraurti della Mustang.
Leonardo tolse il piede sinistro dalla frizione e, continuando ad accelerare, toccò leggermente il pedale del freno sterzando contemporaneamente verso destra. La macchina incominciò ad andare in sovrasterzo verso destra alzando una nuvola immensa e fitta. Il ragazzo dosò con molta abilità freno e acceleratore e mantenne la macchina in quella posizione per un centinaio di metri in modo da alzare più polvere possibile. Ad un tratto girò di colpo lo sterzo verso sinistra e lasciò il piede dal freno, la macchina si girò con un effetto pendolo verso la direzione opposta; non appena la si fu girata rischiacciò il pedale del freno con la gamba sinistra per ottenere di nuovo un sovrasterzo verso sinistra questa volta e fare la curva come voleva, mettendosi cioè in parallelo con il fiume. Quando la macchina ebbe fatto un angolo di più di novanta gradi nella direzione voluta, cioè la sinistra, schiacciò a tavoletta l’acceleratore per far riacquistare stabilità alla macchina e uscire dalla curva.
Tutto questo polverone fece perdere il senso della misura al guidatore della Subaru che prese la curva troppo velocemente e la vettura fece un brusco testa e coda che lo mandò con la parte posteriore dell’auto oltre l’argine.
Il guidatore si affrettò a scendere, ma non fu una bella mossa, il cambio di peso nella parte anteriore ruppe l’equilibrio e la macchina precipitò sola dentro il fiume. Il guidatore restò a guardare l’auto che si riempiva d’acqua fino all’altezza dei sedili posteriori. In realtà non aveva subito un gran danno, ma ci sarebbe voluta una gru per ritirarla su.
“Ma chi ti ha insegnato questa manovra Leo?” disse Alpha nel microfono
“Bella mossa vero? Diciamo che l’ho imparato in una simulazione di guida…” rispose Leo rivolto a tutti, amici in macchina compresi.
“E tu hai fatto una manovra che non avevi mai provato prima con il rischio di andare a farci ammazzare?” chiese Pr0m3t30.
“Ehm…sì”
“Ma sei pazzo! Mi sono quasi preso un infarto qua dentro!”
“Su! E che sarà mai? Siamo vivi no?”
“Solo fortuna! Sopo per fortuna!” l’uomo delle chiavi scosse la testa e sprofondò sul sedile.
“Chissà dove è andato a finire Z3u5…non lo vedo più.” disse il professore
“Si è allontanato qualche minuto fa. Ma non pensate che si sia arreso, vi tenerà qualche agguato non appena sarete arrivati in città. Leo, gira leggermente verso sinistra, dovresti ricongiungerti con la statale. Vai ad Harbin, appena possibile vi mando qualcuno.” gracchiò Alpha dal microfono
“Z3u5 non ci insegue più” annunciò Conti “andiamo verso Harbin; lì vedremo cosa fare.”
Proseguirono sulla terra brulla di quella regione ancora per qualche chilometro fino ad arrivare di nuovo alla statale che, in breve tempo, lì portò nella città di Harbin che è la capitale di quella provincia della Cina. La macchina era tutta impolverata, i quattro occidentali di sicuro non sarebbero passati inosservati.
Il cielo stava cominciando a schiarirsi quando arrivarono alle porte della città, non avevano soldi, non avevano documenti erano completamente persi e soli in una terra dove si parlava una lingua sconosciuta. L’unico loro contatto era AlphaCentauriY2K.
Arrivati in città si fermarono.  Era grande e moderna. Erano le cinque del mattino quindi in giro c’erano poche macchine e ancor meno persone.
“Che facciamo?” chiese Leo
“Aspettate…la batteria….scarica….prendervi”
La batteria dell’auricolare si era esaurita. Avevano perso anche quell’unico contatto.
“Penso che dovremmo abbandonare la macchina.” disse Nicolai
“No! Non voglio!” disse Conti facendo la voce da bambino.
“Ti sembra il momento di scherzare?” chiese Pr0m3t30.
“Mamma mia! Come siete permalosi! Va bene, parcheggio e ce ne andiamo. Dovrebbe arrivare Patterson a prenderci…forse…”
Leonardo parcheggiò la macchina sul ciglio della strada. Scesero tutti e si incamminarono verso il centro della città.
D’un tratto videro un furgone nero arrivare, sapevano che era meglio non stare in strade troppo trafficate e si infilarono in un vicolo. Stavano vagando senza meta.
“Fermi!” disse una voce dietro di loro in inglese.
Si girarono di scatto e si trovarono davanti Z3u5 con due energumeni alti due metri.
“Pensavate veramente di riuscire a sfuggirmi? Con i vostri trucchetti avete solo guadagnato qualche ora di libertà.”
I quattro scattarono e si misero a correre nella direzione opposta. I due scagnozzi di Z3u5 li inseguirono non appena videro che i loro obiettivi stavano scappando.
Si divisero, Leo e Nicolai girarono nel primo vicolo che incontrarono a destra mentre Pr0m3t30 e C4ss4ndr4 andarono diritti e
svoltarono a sinistra.
Ognuno dei due scagnozzi seguì un gruppo diverso.
Leonardo correva a più non posso davanti al professore con l’uomo vestito di nero sempre alle calcagna. I vicoli erano vuoti e non
c’era possibilità di seminarlo in alcun modo.
“Nicolai! Dobbiamo affrontarlo.”
I due si fermarono e si girarono. L’uomo mise la mano in tasca per estrarre la pistola ma il professore gli si gettò contro con la foga di un rinoceronte. I due caddero a terra. Leonardo corse verso lo stesso punto e cominciò a prendere a calci sul fianco l’omone che
sembrava non sentire dolore.
Con un pugno scaraventò il professore di lato e si rialzò mentre Conti tentava di dargli un pugno sullo stomaco.
Con uno schiaffo Leonardo finì a qualche metro dal punto dove si trovava prima. Poi un pugno in faccia lo raggiunse mandandolo a gambe all’aria.
Il professore si stava rialzando ma due grosse mani calarono su di lui facendolo di nuovo stramazzare. A quel punto una pistola
comparve nella mano della guardia del corpo di Z3u5 che, senza dire una parola fece cenno a tutti e due di seguirlo.
Erano sporchi e doloranti. Conti aveva un grosso ematoma all’altezza dello zigomo e il professore camminava a stento. Anche la
guardia sembrava aver subito qualche colpo ma restava eretta e fiera dietro di loro pronto a premere il grilletto nel caso di qualche mossa falsa.
L’altra coppia non ebbe più fortuna, anche la loro corsa fu arrestata e, nonostante i gesti eroici del ragazzo furono catturati e ricondotti al cospetto del capo della setta.
“Cosa pensavate di fare? Se foste stati meno stupidi forse sarei stato più clemente. Ora seguitemi.”
Shiro, le sue due guardie e i quattro sventurati si avviarono verso uno dei vicoli lì attorno. Camminarono per circa dieci minuti a zig zag seguendo le istruzioni impartite da chi teneva la pistola; arrivarono davanti ad un cancello di un capannone. La porta si aprì, come per magia, ed entrarono.
L’immenso capannone conteneva pile e pile di carta imbancalate ordinatamente. Le colonne erano formate da cubi di carta di circa un metro di lato. Il cancello si richiuse dopo che furono entrati. Li scortarono fino al centro del capannone dove erano state sistemate quattro sedie.
I prigionieri si accomodarono e furono legati come dei salami. A questo punto le due guardie se ne andarono.
“Bene ragazzi. Penso che siamo giunti all’epilogo.”
“Cosa significa Z3u5?” chiese C4ss4ndr4.
“Vedete questo posto sta per essere incendiato. E noi con lui.”
“Ma sei pazzo?” chiese Pr0m3t30
“Forse. Ma non abbiamo scampo. Io, come voi, devo morire.”
“Dicci perché Z3u5 perché?” chiese Leo rassegnato.
“Voi non potete capire. Fin da piccolo mi è stato insegnato che dovevo riportare in auge il nome Ishii e ho fallito. Se mio nonno mi stesse guardando di sicuro non approverebbe. Ho fallito, la vergogna e troppo grande, l’unico modo per redimersi è pagare con la vita.”
“Non sei un samurai giapponese! Puoi redimerti in altri modi, in fondo non hai mai ammazzato nessuno…fino ad ora…”
“Questo non conta, e poi non è esatto al cento per cento, in ogni guerra ci sono delle vittime. Io ho perso e sarò uno di questi. Dovevo diventare il padrone del mondo per far veder ad ogni nazione chi era Shiro Ishii, dovevo riabilitare il nome del mio prozio, dovevo fare tutto questo ed ho fallito. Merito la fine che faremo insieme. Il mio piano era perfetto ma siete riusciti a sventarlo, a rendermi inoffensivo, ma pagherete con la vita la vostra sfrontatezza.”
Nell’aria incominciava a farsi strada un lieve odore di fumo che diventava sempre più forte. Zeus teneva la pistola puntata contro i quattro che non potevano assolutamente muoversi.
“è finita!” disse il professore
Tutti guardarono Z3u5, aveva lo sguardo perso nel vuoto e guardava verso il soffitto. Quell’uomo di oltre un metro e novanta era
collassato, la sua mente aveva ceduto. Forse le eccessive aspettative, forse l’indottrinamento che era cominciato fin da quando era bambino l’avevano fatto diventare quello che era: un pazzo.
Tutti si erano rassegnati alla loro fine imminente. Leonardo si mise a pensare a Marzia. Quante volte erano stati insieme e lui non gli aveva mai veramente detto cosa provava, quante volte ne aveva avuto la possibilità e l’aveva sprecata. Si sentì un verme e, in quella circostanza, capì che bisogna far capire alle persone quanto bene gli vogliamo. Nonostante il fatto che la ragazza si preoccupasse
tantissimo per lui, tanto da venire a prenderlo direttamente a New York, ancora non le aveva detto che l’amava, l’amava dal più
profondo del cuore.
Amava la sua aria allegra, amava il suo senso dell’umorismo, amava quando gli impediva di fare ciò che voleva, amava quando si
arrabbiava, amava tutto di lei e, in quel momento critico, l’unica cosa che voleva era dirglielo.
Le lingue di fuoco cominciarono a salire e la stanza si riempì di fumo, tutti incominciarono a tossire, l’aria era sempre più irrespirabile e le fiamme sempre più alte. Leo guardò i suoi compagni che erano nella stessa sua situazione, non meritavano quella fine così
ignobile, ma ormai non ci potevano fare nulla.
Cominciarono a tossire, Leo diede un ultimo sguardo a Z3u5 che incominciava a cedere per il fumo, poi tutto si fece nero attorno a lui e calò la notte.


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ott
15th

Fantasmi della rete – Unità 731 – Mother Board

Autore: Daniele Chiuri | Unita731

72.

Grazie al ping di Leo verso il suo computer, Ebola aveva tracciato l’IP della Pirotech e, in meno di un minuto si era collegato e aveva crackato il server.

Senza l’ausilio di EVA il server era molto vulnerabile. Tutti i sistemi di sicurezza erano basati sull’intelligenza del computer di Cecksy, il fatto che questo non ci fosse più dava all’hacker una libertà di movimento incredibile.

Installò il suo virus sul server, che aveva precedentemente ricreato visto che l’originale era rimasto latente nella sede delle Isole Cayman e di cui si sarebbe occupato una volta finito il lavoro sul server cinese.

In breve tempo file di sistema, dati, applicazioni furono cancellati o rubati. Ebola era particolarmente interessato a i dati bancari con le relative password che, però non riuscì ad ottenere. I tecnici che lavoravano al server non erano degli sprovveduti e non avevano lasciato alcun dato sensibile all’interno della macchina. Trovò invece i dati relativi alle aziende che, usando il programma gestionale, senza volere inviavano informazioni di vario genere circa la loro struttura e le loro preferenze. Tutto quello che si trovava nei server veniva inviato alla setta che analizzava e sceglieva i dati.

Secondo i prospetti del computer in mezz’ora la maggioranza dei dati sarebbe stata cancellata. Erano stati avviati oltre cento processi di eliminazione che agivano in aree diverse e creavano dei danni enormi.

Ormai era fatta. L’Unità 731 non poteva più far male a nessuno, rete compresa, ma non era ancora morta…tutti i membri erano vivi e vegeti, anche se, per il momento, erano stati ridotti all’inattività.

73.

Erano passati poco più di due minuti da quando Z3u5 era stato atterrato dalla scarica elettrica ma si stava già riprendendo.

“Leonardo mi senti?” gracchiò la radio

Conti prese la radio dalle mani di C4ss4ndr4 e rispose: “Forte e chiaro.”

“C’è movimento nel piano, penso che stiano arrivando tutte le guardie giù da voi.”

“Lo so…Tom…scappa.”

“Cosa stai dicendo?”

“Hai sentito bene. Scappa!”

“Non ti lascio qui!”

“Patterson so che mi sente, prenda Bellinger e Loi anche con la forza e li porti fuori di qui. Fate tornare indietro i deltaplani.”

“Signor sì Conti.” il capitano dei mercenari sapeva molto bene che dietro Leonardo si nascondeva AlphaCentauri anche se non poteva sapere che questa decisione era stata presa in autonomia dal ragazzo.

“Cosa dice Patterson! La farò processare!” disse Bellinger con un tono che rasentava la rassegnazione

“Tom, sii ragionevole…hanno visto noi, voi potete scappare, ce la caveremo vedrai…ora fuori di qui!”

Il ragazzo sapeva bene che Patterson avrebbe eseguito gli ordini, anche perché erano in maggioranza rispetto a Bellinger e Loi.

C4ss4ndr4 e il professore avevano ascoltato la conversazione sapendo che il ragazzo aveva perfettamente ragione. L’indiana prese la pistola che era caduta a Z3u5 e la porse al giovane che la prese con la mano destra e puntò dritto verso Z3u5 che si stava rialzando. Incominciavano a sentirsi i passi degli uomini di guardia che si avvicinavano alla sala del server.

Il professore teneva la grossa scheda madre tra le braccia come se stesse reggendo un bambino. In quegli attimi mentre il capo della setta si rialzava il giovane italiano guardò il professore dritto in faccia. Il suo volto tradiva una grande tristezza. I due si intesero al volo senza bisogno di proferir parola.

“Conti, Conti, è tutto inutile. Dieci persone stanno arrivando qui, è inutile che tieni quell’arma puntata su di me.”

“Hai ragione Z3u5 o preferisci che ti chiami Shiro Ishii. Tu non sei meglio di tuo zio lo sai? Volevi dominare il mondo come lui, pensi che le persone siano solo da usare a tuo piacimento vero? Tutte quelle menate riguardo internet erano solo un mucchio di bugie…ma il tuo piano è stato sventato, definitivamente.”

Dicendo queste parole spostò l’arma in direzione del professore tenendo sempre lo sguardo fisso su Ishii.

Cecksy prese la scheda elettronica da un lato e la tirò verso l’alto. Il tempo sembrava scorrere più lentamente mentre la scoperta scientifica del millennio volteggiava verso il soffitto. D’un tratto echeggiò in tutta la stanza uno sparo, poi il silenzio. Un altro colpo, un terzo un quarto, un quinto.

L’eco dei colpi continuò a sentirsi ancora per qualche frazione di secondo dopo che essi avevano colpito il bersaglio. Cinque colpi erano stati sparati verso la scheda madre e avevano fatto centro.

Il circuito elettronico si era spaccato in quattro pezzi e uno di questi aveva un grosso buco al centro. EVA era morta.

“Conti. Hai firmato la tua condanna a morte lo sai?”

“Forse. Ma tu sei finito Ishii.”

Dopo pochi secondi arrivarono le prime quattro guardia armate vestite di nero che puntarono le loro armi contro i tre intrusi.

Leonardo buttò la pistola a terra e alzò le mani imitato dai suoi compagni.

Un altro agente vestito come gli altri arrivò di corsa dalle scale.

“C’erano altre cinque persone.”

“Dove sono adesso?”

“Sono fuggite a bordo di alcuni deltaplani.”

“Idioti! Cercateli subito per mari e per monti e portatemeli qui.”

“Abbiamo trovato anche questa attaccata ad un cavo elettrico.”

La guardia mostrò una specie di pinzetta per capelli con quattro dentini di rame.

“Ma questa è una trasmittente satellitare…ecco come hanno fatto a spegnere le luci…siete stati bravi…ma penso che pagherete un duro prezzo per il vostro affronto. Ovviamente la vita del professore mi è troppo cara…ma la vostra no!”.

La quinta guardia era corsa a riferire gli ordini mentre le prime quattro restavano immobili con le armi spianate.

I tre prigionieri vennero condotti fuori dalla stanza e furono scortati fino al primo piano dove furono imprigionati in delle aule ancora vuote, ognuno di loro era solo in una stanza.

Conti aspettò qualche minuto in modo da essere sicuro che i suoi aguzzini si fossero allontanati poi si andò a sedere nell’angolo più lontano dalla porta, non c’erano sedie per cui dovette sedersi per terra con le gambe rannicchiate vicino al volto:

“Alpha, ci sei ancora?” bisbigliò Leo

“Sì ragazzo mio, non siete in una bella situazione. Penso che domani verrà a prelevarvi la polizia cinese, sempre che non decida di farvi fuori oggi. Ma non ti preoccupare, Patterson sarà lì a momenti.”

“Apprezzo il tuo interessamento ma non penso che nemmeno Patterson stavolta potrebbe salvarci. Si aspettano un incursione e stavolta non possono nemmeno usare l’espediente del deltaplano perché l’hanno capito e sicuramente hanno messo delle guardie sul tetto. Tra l’altro sono tutti salvi?”

“Sì, non hanno avuto problemi, a parte il fatto che hanno dovuto sedare sia Bellinger che Gerry. Ora sono sani e salvi su un elicottero Apache diretto verso l’India, non riusciranno mai a prenderli.”

“Venire qui sarebbe un suicidio.”

“Non posso lasciarti solo Leo, lo capisci?”

“In qualche modo riuscirò ad uscire da questa situazione…se no…pace…almeno abbiamo salvato internet.”

“Non devi nemmeno pensare a cose del genere, hai capito?”

“Aspetta…sento dei rumori…”

Leo smise di bisbigliare, si mise a passeggiare nella stanza come un leone in gabbia. Sentì la serratura muoversi. La porta si aprì, nel corridoio c’era luce e, nella penombra della stanza, non riusciva a distinguere chi fosse quella figura vicino alla porta.

“Leonardo!” disse una voce femminile.

“C4ss4ndr4!”


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ott
10th

L’Iran Sventa un Attacco Digitale alle Piattaforme Petrolifere

Autore: Angelo Righi | Cyberwarfare

Si tratta ormai di un conflitto aperto, combattutto su diversi fronti e particolarmente attivo sul fronte digitale. Quello tra USA/Israele e Iran è un conflitto strisciante, che dura da anni.

Nel ciberspazio si sono verificati alcuni tra gli episodi più clamorosi di questo scontro. Non posso non ricordare la vicenda di Stuxnet, worm ideato dalle forze occidentali finalizzato al sabotaggio delle centriughe iraniane per l’arricchimento di uranio, e il recente attacco ad alcune importanti banche americane, attacco che ha allarmato i settori industriali e le autorità statunitensi, e che secondo alcuni avrebbe origine proprio dalla Repubblica Islamica.

Questa volta nel mirino di misteriosi hacker sarebbero state le linee di comunicazione utilizzate da piattaforme petrolifere e per l’estrazione del gas.
Secondo quanto ha dichiarato Mohammad Reza Golshani, responsabile IT dell’Iranian Offshore Oil Company (NIOOC), la sua compagnia sarebbe stata sotto attacco cybernetico israeliano per due settimane.

L’attacco sarebbe stato portato attraverso siti Cinesi e altri Paesi non precisati. Pare che la NIOOC non abbia subito danni o furto di informazioni, ad essere colpite sarebbero state le comunicazioni telefoniche verso le piattaforme nel Golfo Persico.

Questo nuovo episodio di guerra digitale fa sorgere un interrogativo: queste schermaglie virtuali, anticipano tensioni che potrebbero esplodere in uno scontro aperto?


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