Un Grande Programmatore è anche un grande Hacker?

Iniziai a programmare perché non c’era altro da fare. Il mio primo computer fu un Commodore Vic-20 con 5Kb (!) di memoria RAM di cui 3 disponibili all’utente, gli altri per il sistema (pagina zero, memoria video…).

Per caricare un programma anche corto ci voleva un’eternità (con il registratore a cassette). Quindi l’unica cosa che si poteva fare con gli home computer primordiali era imparare a programmare.

Prima in basic (“la lingua del futuro!” recitava una pubblicità dell’epoca). Ma per ottenere prestazioni decenti ci si doveva rivolgere al linguaggio macchina, o meglio l’assembly.

Oggi è diverso. Con un computer si possono fare tantissime cose, senza saper programmare.
E’ un luogo comune che gli hackers siano anche grandi programmatori. Alcuni effettivamente li sono; altri sanno programmare ma non sono eccelsi. Alcuni (incredibilmente) non programmano affatto.

Spesso vengono definiti hacker due mostri sacri dell’informatica: Richard Stallman e Linus Torvalds. Sono sicuramente entrambi grandi programmatori, ma non sono hacker, non almeno nell’accezione che intendo ovvero esperti di intrusioni informatiche.
Il primo è un comunistoide un po’ bislacco, il secondo un antipaticissimo secchione finlandese. Loro non si sopportano, ma insieme hanno creato GNU/Linux.

Torniamo alla programmazione. E’ necessario saper programmare per dirsi hacker? Secondo me può aiutare, ma la cosa non è determinante.

Nel corso degli ultimi anni sono venuti alla ribalta hacker di grande abilità, estremamente portati anche nell’arte della programmazione. Posso ricordare Fyodor, l’autore di Nmap.

Un altro hacker celebre anche per la sua capacità di programmare è HD Moore, l’autore di Metasploit.

Eppure ci sono anche hacker che hanno messo a segno colpi straordinari senza saper programmare. Per esempio pensiamo a Kevin Mitnick. Al Condor non sono attribuite particolari abilità di programmatore. Ancora oggi non è chiaro se gli strumenti che usò prima di essere arrestato erano stati realizzati da lui, oppure (ipotesi più plausibile) se riuscì a procurarseli grazie alle sue scorrerie basate sul social-engineering, di cui egli è riconosciuto maestro assoluto.

Ma il caso più clamoroso di hacker non programmatore è probabilmente è quello di Adrian Lamo .
Questo ragazzo riuscì ad infiltrarsi nelle reti di grandi corporations. Tra le sue vittime più illustri spicca la rete del New York Times; ma anche Microsoft, AOL, Sun, Citigroup.

Adrian Lamo, le cui prodezze sono raccontate con dovizia di particolari nel libro “l’Arte dell’intrusione” dello stesso Mitnick, non agiva seguendo il manuale dell’hacker, e non usava gli strumenti che normalmente usano gli hacker. Il suo tool più potente era il browser! E insieme al browser la sua capacità tra l’analitico e il mistico, di intuire, “vedere” la configurazione della rete, “leggere” nella mente degli utenti e dei tecnici dei sistemi da penetrare. Porsi la domanda:”Se io fossi il tecnico, l’amministratore, cosa farei in questo caso?”. E trovare la risposta giusta.

Oggi programmare è divertente. I computer hanno risorse straordinarie (se confrontate con quelle del 1983), e imparare a programmare è sicuramente un ottimo obiettivo.
Però essere grandi programmatori non significa automaticamente padroneggiare l’arte dell’intrusione. Serve altro. Di fatto, è un altro mestiere.

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