Google: i Pirati di Silicon Valley

Mai sentito parlare di “paradisi fiscali”? Probabilmente si. Recentemente una popolare trasmissione della Rai ha dedicato una puntata a smascherare le peripezie off-shore di un famoso e influente uomo politico e d’affari italiano. La nota trasmissione (“Report” per la cronaca), non si è però soffermata sulla natura dei paradisi fiscali; non ha spiegato come mai queste realtà siano tutt’ora così resistenti ai tentativi del G20 (assai timidi in realtà) di porre dei limiti e delle regole alle attività, ai confini della legalità, dei tax haven (comunemente ed erroneamente definiti “paradisi fiscali”).

In realtà i paradisi fiscali sono elementi fondamentali dell’attuale assetto finanziario ed economico mondiale, elementi a cui si appoggiano multinazionali e hedge fund.

Tra le mega corporation globali a mettere meglio in atto l’infernale meccanismo dell’elusione fiscale spicca l’azienda più amata dai geek: Google. L’interessante articolo “Google is Evil” illustra il modo in cui Google riesce a ridurre al minimo la quantità di tasse da versare, in modo del tutto legale (elusione).  L’articolo inizia quantificando il giro di denaro delle attività di Google al di fuori degli USA:

“Il cuore delle attività internazionali di Google è uno scintillante edificio di vetro nel centro di Dublino, a un isolato di distanza dal Grand Canal. Nel 2009 questa sede, che ospita circa 2.000 dipendenti di Google, ha formalmente generato circa l’88% dei 12,5 miliardi di ricavi che il gigante della ricerca realizza fuori dagli USA. La maggioranza di questi profitti, comunque, è finita nel paradiso fiscale di Bermuda.”

Un gran giro di soldi su cui bisognerebbe pagare le tasse. Ma anche l’aliquota più bassa (quella irlandese, ovvero circa il 12%) sembra eccessivamente alta per gli avidi manager del gigante di Internet:

“La sua aliquota d’imposta del 2007 è stata il 2,4% […]. “E’ notevole che l’aliquota effettiva di Google sia così bassa”, dice Martin A. Sullivan, un economista tributario che ha lavorato per il Ministero del Tesoro americano. “E’ una società che a livello internazionale opera soprattutto in paesi ad alta tassazione dove l’aliquota media per le imprese è ben oltre il 20%”. L’aliquota fiscale d’impresa nel Regno Unito, che è il secondo maggiore mercato per Google dopo gli USA, è il 28%.”

“Alle Bermuda non c’è nessuna imposta sul reddito delle imprese. I profitti di Google arrivano sulle bianche spiagge dell’isola per via di una strada contorta che i tributaristi chiamano “Doppio irlandese” (Double Irish) e “Panino olandese” (Dutch Sandwich). Nel caso di Google, di solito funziona così: quando un cliente in Europa, in Medio Oriente o in Africa acquista uno spazio pubblicitario nelle ricerche Google, versa il corrispettivo a Google Irlanda. Il governo irlandese tassa i profitti d’impresa al 12,5% ma Google riesce a sfuggire a gran parte della tassazione perché i suoi profitti non si fermano nella sede irlandese, che ha contabilizzato un reddito prima delle imposte pari a meno dell’1% dei ricavi nel 2008.
Le leggi irlandesi rendono difficile per Google mandare il denaro del cliente direttamente alle Bermuda senza incorrere in una grossa penalizzazione fiscale, così il versamento fa una breve deviazione in Olanda, perché l’Irlanda non tassa certi pagamenti a favore di società in altri paesi dell’Unione Europea. Quando il denaro è in Olanda, Google può approfittare delle generose leggi tributarie olandesi. La sua filiale locale, Google Netherlands Holdings, è una scatola cinese (non ha dipendenti) che trasferisce circa il 99,8% delle sue entrate alle Bermuda (la filiale alle Bermuda è tecnicamente una società irlandese, da cui l’espressione “Doppio irlandese”).”

In sintesi, conclude l’articolo “The Tax Haven That’s Saving Google Billions” pubblicato su businessweek.com:

“Google has built a complicated international structure that sends most of its overseas profits to the tax haven of Bermuda.”

In sostanza Google eccelle in un mondo finanziario ed economico, un mondo angloamericano centrico, criminale e banditesco, formato da “fuorilegge assoluti”. Ma qual’è l’origine di questo mondo? Il fatto che i paradisi fiscali risiedano in isolette sperdute negli oceani richiama immediatamente l’immagine dei pirati. Sarebbero proprio i pirati secondo il professor Peter T. Leeson, autore del saggio “L’economia secondo i pirati. Il fascino segreto del capitalismo”:

“La logica che li ispirava era dunque simile a quella della celebre “mano invisibile” del mercato di cui nel 1776 parlò Adam Smith. E non a caso nella sua versione originale il saggio di Leeson si intitola The Invisibile Hook, ovvero “l’uncino invisibile”, con un esplicito rinvio alla teoria del filosofo scozzese. Se per Adam Smith la ricerca dell’utile personale di ciascun individuo produceva la ricchezza complessiva della nazione, allo stesso modo l’egoismo di ciascun pirata era funzionale all’economia di quello “stato in miniatura” rappresentato dalla nave di questi predatori del mare. I pirati erano, insomma, “fuorilegge assoluti”, ma capaci di mettere a punto e di rispettare forme molto articolate di autogoverno che assomigliavano a quelle in seguito adottate dalle democrazie. Per convenienza, è ovvio. E tuttavia con circa un secolo di anticipo rispetto al sistema di checks and balances poi stabilito dai Padri Fondatori degli Stati Uniti e grazie a una governance che farebbe invidia alle multinazionali di oggi.”

Credo invece che il sistema che anima le multinazionali, gli hedge fund, le banche si sia spinto ben oltre agli insegnamenti dei vecchi pirati (“fuorilegge assoluti”), facendo di Londra e New York le vere capitali del crimine organizzato (legalizzato ovviamente) globale; e di Google i veri pirati di Silicon valley

7 comments to “Google: i Pirati di Silicon Valley”
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  2. “famoso e influente uomo politico e d’affari italiano.”
    Ah, si, Berlusconi Silvio. Ci voleva cisi’ tanto a dirlo?

  3. @Rocco Musolino: naturalmente (come scrivo nell’articolo), il meccanismo è ampiamente diffuso ed utilizzato, non è patologico ma fisiologico del sistema; in questo contesto pare che Google abbia messo in piedi un meccanismo particolarmente ingegnoso.

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