Fantasmi della rete – Unità 731 – Pirotech

SECONDA PARTE

26.

Nicolai Cecksy stava armeggiando con dei circuiti sotto una scrivania. Accanto a lui c’erano dei fogli semi stropicciati con degli appunti. L’uomo era sulla cinquantina ma nell’ultimo periodo era invecchiato molto, i capelli grigi, ormai, erano superiori di numero rispetto a quelli castani. Portava il solito camice bianco e con dedizione svolgeva il suo lavoro. Erano passati due anni dall’incontro con Mihai, l’ultimo incontro, prima della sua dipartita, se lo ricordava come se fosse stato il giorno prima.

L’amico se ne era andato da poco quando si sentì un rumore proveniente dal cortile. All’inizio lui e sua moglie pensarono fosse qualche animale, ma con loro sorpresa dopo pochi attimi una squadra di uomini vestiti di nero fece irruzione in casa loro, dopo di che, fu questione di attimi. Nicolai e sua moglie, una donna alta con i capelli lunghi ramati, vennero incappucciati e portati via. Stettero in quella condizione per due giorni fino a quando la donna fu liberata mentre il professore fece un lungo viaggio in macchina e in aereo fino a che non si trovò lì, dove si trovava ancora ora; non sapeva in che parte del mondo fosse, ma di sicuro non era in Russia. Il clima tropicale non mentiva. Nicolai era costretto a lavorare costantemente per monitorare la sua creazione, che era stata soprannominata con il nome di “Eva”, che permetteva, grazie a delle impostazioni particolari, di avere un sistema impenetrabile, tutto con un computer prodotto nel 1988.

Il server era diviso in due. Una macchina si occupava di gestire autorizzazioni, password, posta elettronica e altro, mentre il modem era collegato al computer di Cecksy che gestiva lo scambio di dati con l’esterno. Ogni volta che qualcuno attivava il browser, il server lo faceva passare per una porta differente; non c’erano regole o algoritmi a definire il lavoro del PC, bensì faceva tutto da solo. Questo, ovviamente, non valeva solo per la connessione, ma anche per aggiornamenti vari, posta elettronica e altro. Per un hacker era praticamente impossibile entrare nel computer perché le operazioni di penetrazione si basano sulle stesse regole che regolamentano la sicurezza; se non ci sono regole l’hacking è impossibile.

Controllando che tutto fosse a posto, non si rese conto che c’era un cavo scoperto che, partendo dal gruppo di continuità del server, cioè la batteria di emergenza, andava fino all’alimentazione generale. Senza accorgersene mise una mano sul filo sentendo una scossa che gli percorse mezzo braccio fino a quando con un click secco, il salvavita saltò, bloccando l’afflusso di corrente, il gruppo di continuità andò in corto circuito e si bloccò, tutto si spense, tranne le luci di emergenza installate qua e là.

“Dannazione!” pensò Nicolai ora Eva insieme all’altro server collegato si erano spenti ed era partita la connessione di tutta la rete.

Doveva uscire da lì sotto e andare a riattivare la corrente. Incominciò a spostarsi all’indietro quando la sua attenzione fu attirata da una lucina presente all’interno di Eva. In teoria nulla doveva essere acceso perché la corrente e il gruppo di continuità erano saltati. Guardò dalla finestra presente nel lato del case del computer e vide che il led che aveva installato sul “cuore” di Eva era accesso. Questo era impossibile! Da dove prendeva corrente? Fece luce con una piccola torcia che teneva sempre in tasca, tutte le ventole erano spente e anche l’hard disk primario. Era tutto spento, compreso l’alimentatore; come era possibile che il led fosse acceso?

Tutto ad un tratto una sola risposta gli si affacciò nella mente: la piccola batteria del bios. Tutti i computer hanno una piccola batteria presente nella scheda madre che serve ad alimentare l’orologio di sistema, se non ci fosse, l’orologio sarebbe sempre sballato perché non avrebbe corrente per andare avanti a alimentazione assente. Questo piccolo accorgimento permette all’orologio di mostrare sempre l’ora esatta. La batteria è molto piccola e a quanto pare Eva la stava usando per alimentare le sue funzioni primarie.

“Non vuoi spegnerti?” disse lo scienziato ad alta voce.

Poi si rese conto che il PC non poteva durare ancora a lungo con la piccola pila presente nella scheda madre. Si catapultò a rialzare l’interruttore del salvavita e la corrente tornò normalmente, tutto si riavviò, compresa Eva che ricominciò a funzionare correttamente.

Nicolai era esterrefatto dalla sua creazione. Il computer, di sua iniziativa si era alimentato dall’unica fonte di energia ancora a disposizione, per non spegnersi, aveva preso una decisione, aveva deciso di non morire, per così dire. Era una scoperta favolosa, emozionante. Finalmente il suo sogno era diventato realtà, non aveva solo creato una macchina che prendeva decisioni casuali, aveva creato una macchina pensante. Aveva creato la vita.

27.

Il viaggio fino alle isole Cayman era stato molto lungo. Sia C4ss4ndr4 che Leo erano abbastanza stanchi, scesero all’aeroporto e, dopo aver preso i bagagli, salirono su una macchina con un’insegna a forma di fiamma stampata sulla fiancata.

Lo stemma era quello della Pirotech. La ragazza aveva detto a Conti che la setta si guadagnava da vivere legalmente vendendo software. Tutti gli hacker che facevano parte dell’Unità 731 erano legalmente assunti dall’azienda.

“Sei sicura che tutti gli introiti dell’azienda siano legali? In fondo il vostro…nostro scopo ha poco di legale.”

“Certo. Subiamo controlli annuali sulla contabilità ed è perfetta. Paghiamo tutte le tasse e tutti gli stati che ospitano le nostre filiali sono molto contenti. In tutto la Pirotech conta millecinquecento dipendenti, praticamente molti degli hacker presenti su questa terra. Produciamo software per la sicurezza e sistemi di gestione.”

Leonardo si rese conto che nonostante la ragazza fosse ai massimi livelli della setta non era a conoscenza dei furti che la sua azienda commetteva. Evidentemente l’unico che conosceva tutti i piani della medesima era il suo capo, Z3u5. Questo poteva voler dire solo due cose: o C4ss4ndr4 stava mentendo oppure era proprio Z3u5 che effettuava personalmente tutti i furti e li faceva confluire su un conto delle isole Cayman.

“Dimmi C4ss4ndr4, quale sarà il mio stipendio? E’ la cosa più importante e non ne abbiamo ancora parlato.”

“In realtà la setta non dà un vero e proprio stipendio. Tutti i nostri dipendenti vivono nelle sedi, tranne alcuni che vengono fatti assumere da qualche nostra impresa consociata o concorrente, lo stipendio viene trattenuto al novanta per cento per coprire le spese di vitto e alloggio, la parte che resta vi viene data in contanti.”

“Mi stai dicendo che a millecinquecento dipendenti viene pagato solo il dieci per cento dello stipendio?”

“Sì.”

“Ho capito perché la Pirotech si è affermata in così poco tempo!”

Gli studi di economia di Conti lo portavano a sapere che soprattutto nelle aziende che producevano beni immateriali, come i software, il costo del personale era la voce che più pesava nel bilancio, abbattere quel costo significava essere leader.

Mentre parlavano la macchina serpeggiava tra le strade della capitale, George Town, fino a che non arrivarono davanti ad una costruzione di colore azzurro. Era una palazzo di sei piani a forma di L rovesciata. Il lato corto della L arrivava fino alla strada mentre il lato lungo si ergeva lontano circa una ventina di metri dal cancello d’entrata. La macchina passò oltre il cancello e si fermò alla porta d’entrata davanti alla quale c’era una grande fontana che spruzzava.

“Ora ti devo salutare Leo, tu entra pure c’è un collaboratore che ti aspetta e ti porterà da Z3u5 per un breve colloquio.”

“Ok, ciao C4ss4ndr4.”

“A presto.”

Leonardo scese dalla macchina scura di cui ignorava completamente marca e modello e salì le scale che portavano all’entrata vera e propria. I gradini erano di marmo bianco e formavano un semicerchio attorno all’entrata.

La reception era molto grande, con alcuni divani piazzati a lato del bancone, dove una signorina con un tailleur nero rispondeva al telefono in continuazione. Più che un’azienda sembrava la hall di un albergo. Vicino al bancone c’era un uomo vestito di nero che sembrava uscito dal film Man in Black; appena vide Conti si avviò verso di lui e si fermò proprio ad un passo dal giovane. Era di colore ed era alto oltre una spanna più di Leonardo.

“Seguimi.” disse

Si avviarono verso l’interno dell’edificio. Subito dopo la reception si diramavano tre grandi corridoi. La guida prese quello dritto davanti a sé. Ogni tanto si vedeva qualche personaggio sconosciuto uscire da un ufficio e dirigersi verso un punto imprecisato del palazzo. Al ragazzo venne in mente che tutti quelli che avrebbe visto lì erano hacker, come fantasmi rinchiusi in una rete. Eppure sembravano normali impiegati, addetti alla manutenzione, operai, nulla faceva pensare che quella multinazionale fosse solo una copertura per un piano diabolico. Dopo aver messo su un’impresa da svariati miliardi di euro, chi potrebbe pensare di metterla a rischio per un piano così strampalato?

Mentre tutti questi pensieri si affacciavano nella mente dell’infiltrato, arrivarono davanti ad un ascensore. Entrarono e la guida schiacciò il tasto corrispondente al sesto piano.

Una volta arrivati percorsero tutto il corridoio fino ad all’ultimo ufficio dell’ala ovest. Si trovava nell’angolo superiore della L rovesciata.

Una volta arrivati davanti alla porta la guida se ne andò e Leo si trovò solo davanti all’ufficio del grande capo. Bussò.

“Avanti.” disse una voce dall’interno.

Leonardo aprì la porta e si trovò di fronte un grande ufficio. In fondo c’era una vetrata, grande come il muro che illuminava l’ambiente; davanti alla finestra troneggiava la scrivania e la poltrona del capo della setta.

L’uomo era chino sul suo portatile, non appena sentì la porta aprirsi alzò la testa e lo sguardo. Conti si avvicinò passando sopra ad un grosso tappeto persiano e si sedette sulla sedia posta di fronte a Z3u5. Il tavolo era di vetro e il portatile era marchiato Pirotech, come quasi tutte le cose presenti nell’ufficio.

Il personaggio che si trovò davanti differiva dall’immagine mentale che si era creato del leader dell’unità 731; l’aveva immaginato come una specie di scienziato pazzo in camice bianco mentre si trovava di fronte un omone alto un metro e novanta con i capelli neri pettinati all’indietro. Portava un paio di jeans, una maglietta bianca e un giubbotto abbinato con i pantaloni, abbronzato e con denti bianchissimi.

“Leonardo Conti. Ho sentito molto parlare di te. Così alla fine anche tu hai accettato di far parte della mia squadra. Sono molto contento. Tu sei contento di essere qui?” disse con voce gentile

“Certo.” mentì

“Certo…certo dici…” il tono della voce cambiò repentinamente e assunse una sfumatura minacciosa “lo so che stai mentendo, non fare il furbo con me. Ora ti spiego perché ti trovi qui. Innanzitutto io non mi sarei mai sognato di arruolare una mezza cartuccia come te; io alla tua età avevo violato più mainframe di quanti tu ne abbia mai visitati su internet, tu invece non sai nemmeno cosa significa violare un server, i tuoi presunti successi, finiti nei giornali, sono solo un misto di fortuna e sfrontatezza, tu non mi interessi. Il problema è che l’hacker più bravo del mondo, non so per quale motivo, ha una strana simpatia per te, se non ti avessi arruolato non sarebbe mai venuto di sua spontanea volontà.”

“Ebola è qui?”

“Non ancora, arriverà tra poco. Il punto è questo, se tu sei qui, lo devi a lui, in realtà so che a te non te ne frega niente della setta ma C4ss4ndr4 ha fatto un buon lavoro nel convincerti. Comunque non pensare che giocheremo; tu lavorerai come tutti gli altri, ovviamente non nelle stesse mansioni. Non entrerai mai nella mia squadra operativa. Non pensare di poter chiamare il tuo amico Thomas Bellinger o qualcun altro, sei controllato a vista, ogni tuo movimento sarà registrato, in ogni momento sarai sorvegliato, inutile dirti che non mi fido di te. L’hacker odia la polizia, il fatto che tu collabori con essa ti squalifica in partenza. Sono stato chiaro?”

Leonardo era sconcertato, certo, non si aspettava un’accoglienza a braccia aperte, ma questa presa di posizione l’aveva lasciato letteralmente senza parole. C’era un altro particolare che gli dava da pensare. Z3u5 aveva parlato del buon lavoro di C4ss4ndr4: cosa intendeva dire? Forse la bella indiana l’aveva preso in giro? Forse la sua fragilità era una finta? Forse mentre lui cercava, suo malgrado, di estorcerle informazioni lei in realtà lo stava incastrando? Tutta questa storia stava assumendo una piega che non gli piaceva per nulla. L’unica cosa che riuscì a dire fu:

“Chiarissimo.”

Calò il silenzio nell’ufficio. “Puoi andare ora.”

Si alzò e si diresse verso la porta. Si muoveva come un robot con lo sguardo perso nel vuoto, non sapeva più cosa fare, era…in trappola.

Aperta la porta si trovò davanti lo stesso omone che l’aveva accompagnato lì. Senza dire una parola fece cenno di seguirlo. Mentre attraversava il corridoio, cosparso di uffici, il ragazzo cominciò a pensare che, forse, stavolta si era cacciato in un guaio più grosso di lui.

L’uomo in nero lo condusse fino al secondo piano in un ufficio piccolo ma accogliente. Era arredato con gusto con un tappeto nero e dei quadri appesi alla parete. Seduto accanto alla scrivania c’era un uomo con la tipica faccia da ragioniere. Occhiali di corno, naso aquilino e una camicia bianca con le maniche tirate su.

“Allora, tu devi essere l’ultimo arrivato. Bene. Ora ti stampo il contratto che devi firmare, sai, per questioni legali. Mentre, per la nostra gestione interna, dovresti scegliere un nick. Qui tutti ci chiamiamo con il nome che ci siamo scelti, i nostri veri nomi sono irrilevanti, anche perché molte delle informazioni contenute nei database di tutto il mondo verranno cancellate. Scusa, io sono T00lb4r.”

Stampò un foglio in A4 con una serie di formule legali legate al prelievo dello stipendio e altre questioni amministrative. Leonardo firmò senza leggere, tanto sarebbe stato inutile, era solo un proforma, le vere regole della setta erano altre.

“Non parli molto vero?” disse il contabile “Anch’io ero come te all’inizio ma qui troverai tanta bella gente. Mi dici il tuo nick?”

“ilConti” rispose Leo.

“Interessante. Grazie mille. Puoi andare se vuoi. Ti farò recapitare la tua targhetta di identificazione, con il tuo nick impresso sopra e il numero di matricola, e le chiavi della tua stanza.”

Leonardo uscì dall’ufficio. L’omone era sempre lì che lo aspettava. Questa volta uscirono completamente dall’edificio e svoltarono a sinistra. Percorse il lato lungo della costruzione fino ad arrivare a due casette separate dal resto dell’edificio. Sembravano due magazzini di dimensioni più o meno uguali. L’unica differenza stava nel fatto che il primo capannone aveva un’entrata molto ampia coperta da un telone di plastica, come quelle che si vedono nelle autofficine. Evidentemente c’era un meccanismo con il quale il telone si poteva alzare. La guida entrò nella porta a fianco al telone. Leonardo lo seguì. Quello che vide dopo lo fece risvegliare dal torpore nel quale era caduto dopo le parole di Z3u5.

C’erano due auto parcheggiate nell’ampio garage. Appeso alle pareti c’erano ogni sorta di attrezzi tutti immacolati insieme a prodotti per la pulizia e la lucidatura. Nell’angolo in fondo a destra si poteva vedere un ufficio con una stanza adiacente. Il ragazzo sgranò gli occhi nel vedere le auto in fila, incominciò a squadrarle una per una.

La prima era una BMW M6 Coupè blu scuro metallizzato, con i suoi quattro metri e novanta di lunghezza di uno stile senza pari. Cinquemila di cilindrata sviluppa una potenza di cinquecentodieci cavalli che fanno arrivare la vettura, che pesa oltre due tonnellate, a duecentocinquanta chilometri all’ora.

L’altra era un’Audi R8 con la sua linea accattivante dominava la stanza, con i suoi quattro metri e quaranta di lunghezza e il suo colore grigio argento sembrava un diamante lucente. Possiede quattrocentoventi cavalli di potenza che fanno arrivare l’auto, spinta a velocità massima, fino a trecento chilometri orari. Quattro ruote motrici con motore centrale per un tipico assetto da corsa, cerchi a cinque razze da diciannove pollici e ruote larghe per ghermire l’asfalto. Una macchina fantastica!

“Penso di essermi innamorato!” disse Leo

“Il tuo lavoro consiste nel fare da autista a Z3u5, tenere pulito il garage e lavare le auto dentro e fuori. Nel caso si spaccassero trovi i nomi di tutti i nostri consulenti nella guida che c’è nel tuo ufficio lì in fondo. Tutti i lavori devono essere fatti qui e nessuno può introdurre nemmeno un cacciavite. Vengono, fanno il lavoro e se ne vanno. Chiaro?”

“Chiarissimo.”

“Mi è stato detto di ricordarti che ci sono telecamere ovunque e, visto che a volte andrai a fare delle commissioni in città, che le auto sono protette da un antifurto satellitare. Sul bancone lì davanti troverai un foglio con tutte le istruzioni per il tuo lavoro. Ora vieni con me.”

La guida si diresse verso l’ufficio in fondo al garage. Aprì la porta e gli fece cenno di entrare; l’ambiente era angusto, una stanza di un metro per tre con una scrivania a ridosso della vetrata che dava sul garage. Sopra il tavolo c’era lo schermo piatto di un PC, una tastiera, un mouse, una stampante laser e un telefono.

“Inutile dirti che anche qui c’è una telecamera e che il traffico internet è monitorato. Dopo che hai finito il tuo lavoro puoi sbizzarrirti a smanettare con il PC, ricordando che c’è sempre qualcuno che controlla…sempre.”

“Ok.”

Leonardo era ancora un po’ sbigottito, tutto si era immaginato, ma non che la setta fosse così ben organizzata e così ossessiva sul controllo dei singoli individui. Se non fosse stato per i suoi scopi non proprio nobili, sarebbe stata l’azienda perfetta.

“Per usare il telefono devi premere il tasto zero, ti risponderà il centralino al quale dirai a chi vuoi telefonare, ovviamente tutte le chiamate devono essere autorizzate. C’è una lista di interni nel libricino che trovi nel cassetto della scrivania, se ti servisse qualcosa basterà chiamare l’interno desiderato: manutenzione, sicurezza ecc. I pasti vengono serviti in mensa dalle sette alle otto di mattina e dalle cinque alle sette di sera, per il pranzo devi arrangiarti, se hai tempo. Ora io devo andare, se hai bisogno di qualche chiarimento il mio interno è il cinque quattro uno.”

“Grazie mille.”

La guida se ne andò e lasciò Leo solo a meditare su quanto fosse accaduto. Nell’ufficio c’era una porta che dava su un’altra stanza. La camera era angusta quanto la prima ma al posto della scrivania, accanto al muro c’era un letto, affianco al quale si trovava una piccola cassettiera.

Conti chiuse subito la porta e si sedette sulla sedia vicino al tavolo. Incominciò a pensare alla situazione in cui si era cacciato. Era stato usato per arrivare ad Ebola e C4ss4ndr4 l’aveva preso in giro alla grande, fingendosi depressa e insicura, solo per poi pugnalarlo alle spalle. Incominciò a pensare che, forse, essere buono dava solo dei risultati negativi, in fondo la sua gentilezza non era stata ripagata. Comunque ora non poteva farci nulla e non poteva cambiare né la situazione in cui si trovava né il fatto che a volte la bontà prendeva il sopravvento sulla ragionevolezza. Ora doveva trovare un modo per riuscire a recuperare le informazioni che gli servivano e andarsene da lì. Prima però doveva guadagnarsi un minimo di fiducia da parte di coloro che componevano la setta. Decise che era il tempo di andare ad esplorare il suo nuovo impiego.

Tornò nel garage, dove la vista di quelle auto lo galvanizzò. Si diresse verso il bancone dove sperava di trovare il foglio con le istruzioni per lui e le sue speranze non furono deluse.

Sopra la tavolata in bella vista c’era un foglio in formato A4 plastificato con una lista di cose da fare:

1-Pulire a giorni alterni le due auto. Dentro e fuori.

2-Tenere ordinato e pulito il garage.

3-Preoccuparsi che le auto abbiano sempre il serbatoio pieno.

4-Catalogare tutti i nuovi attrezzi sul software gestionale.

5- Registrare tutte le fatture riguardanti le spese nel software gestionale.

6-Varie ed eventuali

“Bene!” Pensò Leo. “Pensavo peggio.”

Fece un giro nel garage guardando prima tutti gli attrezzi e poi soffermandosi sulle auto che, notò, avevano tutte lo stemma della Pirotech, la fiamma con l’elettrone intorno, un particolare che notava solo in quell’istante.

Aprì la portiera dell’R8 ammirandone l’interno; il volante era in pelle e alluminio zincato a tre razze. Non era perfettamente circolare, infatti la parte inferiore era orizzontale, probabilmente per rimpicciolire il raggio in modo da non toccare le gambe del guidatore. Il cruscotto era formato dal conta chilometri che segnava come ultimo numero trecentoventi, il conta giri, che arrivava fino a diecimila, e vari altri indicatori come quello del carburante e della temperatura. Tra i due indicatori principali si trovava lo schermetto nero con le scritte rosse iridescenti del computer di bordo, che dava informazioni sui chilometri percorsi, temperature ecc.

La plancia conteneva il vistoso schermo sette pollici del navigatore satellitare, sotto il quale trovavano posto le tre manopole riguardanti rispettivamente, la temperatura del climatizzatore, la potenza del getto d’aria e la direzione dei bocchettoni. Sotto, vicino al cambio c’erano una serie di tasti per attivare il ricircolo interno e cambiare la posizione dei sedili.

Il cambio in acciaio lucido attirò l’attenzione di Leo, aveva la sigla della macchina, R8, stampato sul davanti, era molto corto in modo da poter effettuare tutti i cambi con il braccio appoggiato al bracciolo posizionato subito dietro alla leva.

La macchina aveva un cambio automatico o manuale sequenziale a sei marce. Si poteva passare da una modalità all’altra semplicemente schiacciando il pulsante vicino al cambio stesso. A fianco al bracciolo si mimetizzava bene il freno a mano.

Gli interni in pelle nera davano un tocco di classe ad una grande auto sportiva. Il ragazzo chiuse il portello, non vedendo l’ora di poterla guidare.

D’un tratto sentì un rumore proveniente dalla porta dove lui stesso era entrato con la guida, si girò di scatto, qualcuno stava entrando, sembrava un uomo non molto grosso, anzi piuttosto normale. La luce proveniente dall’esterno gli impediva di vedere la faccia dell’uomo.

La porta si chiuse e la stanza ritornò alla sua luminosità normale. Leonardo guardò in faccia l’uomo e subito lo riconobbe, era Ebola.

2 Commenti

  1. Ciao, ho letto il tuo primo libro e adesso mi copio-incollo questo….non vedevo l’ora di ritrovare Leonardo ed Alpha !!! Auguri per il 2012 !!!

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