Fantasmi della rete – Unità 731 – La vita appesa ad un filo

66.

Ebola stava facendo le valige, aveva predisposto tutto per il suo viaggio a Los Angeles: passaporto falso, biglietto, biancheria, tutto era pronto per la sua partenza, in realtà sapeva che il volo sarebbe partito solo l’indomani mattina alle sette, ma preferiva andare in aeroporto a passare la notte.

Era passata solo mezz’ora da quando aveva mandato l’e-mail contenente i nomi dei due hacker cubani e non si sentiva affatto tranquillo. Il problema più grosso era che, per fare certi lavori serviva l’anonimato, il fatto che lo stato sapesse dove trovarlo non lo confortava affatto. C’era anche da pensare che erano ricorsi a minacce pesanti per fargli fare il lavoro, quindi nessuno gli assicurava che a lavoro eseguito non l’avessero arrestato per usarlo a proprio piacimento.

Così aveva preparato alcuni scherzetti nel caso i suoi presentimenti si fossero trasformati in realtà. Uscì dalla stanza lasciando il computer acceso e prese un taxi che l’avrebbe portato fino all’aeroporto internazionale della capitale cubana. Arrivato a destinazione entrò dentro l’aeroporto e si diresse verso la reception per avere il biglietto che aveva già prenotato e pagato online.

Prese il biglietto e si diresse in sala d’aspetto. Il suo abbigliamento era sempre il medesimo: delle bermuda color cachi, una maglietta beige con un totem stampato sopra e un cappellino da baseball in testa. Dai pantaloncini si intravedevano le gambe bianche e magre; le lunghe ore passate davanti al computer avevano reso la sua pelle simile a quella di un vampiro. Nella sua permanenza a Cuba non aveva nemmeno fatto una visitina alla spiaggia, la verità era che non amava la gente, preferiva stare solo, anche se gli anni di solitudine cominciavano a pesargli sulle spalle. Qualcuno avrebbe potuto dire che aveva paura della gente: i suoi rapporti sociali si erano così ridotti al minimo negli ultimi anni che non sapeva più come comportarsi in pubblico. A rendere più difficile la situazione c’erano i suoi deliri di onnipotenza che lo facevano sembrare ingrato, orgoglioso e antipatico e, in effetti, forse lo era.

Si mise a sonnecchiare su una sedia aspettando che passassero le lunghe ore di attesa, comunque non era tranquillo, non si fidava affatto dei cubani, non avevano esitato a minacciarlo, quindi probabilmente non l’avrebbero lasciato partire, si aspettava che da un momento all’altro dei poliziotti venissero a prelevarlo.

Il tempo passò, ormai, mancavano solo più due ore alla partenza dell’aereo e, per il momento, nessuno era venuto a portarlo via; più passava il tempo e più, sul suo viso, si stampava un sorrisino beffardo. Lo scherzetto che aveva preparato, nel caso avessero fatto l’errore di non farlo partire, faceva molto affidamento sul fattore tempo.

Non passò ancora molto che vide entrare due poliziotti all’interno dell’aeroporto. Mancava poco più di un’ora e mezza alla partenza del volo per Los Angeles. Ebola stava incominciando a pensare che, forse, l’avrebbero lasciato in pace, ma le sue speranze furono deluse.

I due poliziotti, che indossavano la tipica divisa beige, gli si pararono davanti:

“Dovrebbe seguirci.” dissero in un inglese stentato.

“Avevo paura che non vi faceste vivi.” rispose sardonico l’hacker.

“Il segretario vuole parlarle subito.”

“Forse non sapete che io devo prendere un aereo.”

“Ci segua.”

“Se rifiutassi?”

“Useremo le maniere forti.”

Ebola si alzò molto lentamente e si avviò verso l’uscita dell’aeroporto della capitale. Ad aspettarlo fuori c’era una camionetta militare con i simboli cubani stampati sulla portiera.

Salì e in pochi minuti si trovò davanti al palazzo presidenziale dove l’attendeva il segretario. Entrò nello stesso ufficio in cui era stato qualche manciata di ore prima.

“Che piacere rivederla Ebola!”

“Non posso dire la stessa cosa, sto perdendo il mio aereo.”

“Credeva davvero che l’avremmo lasciata andare?”

“Penso che lei non abbia scelta” rispose tranquillo

“Lei non è nella posizione di dettare le regole!”

“Ne è sicuro? Ora vi dico che scherzetto vi ho combinato. Se io non prendo quell’aereo partirà un software che manderà tutti i vostri segreti di stato ad una certa persona che lavora in un ente..com’è che si chiama?…CIA. Che ne dite?”

Il segretario scoppiò in una risata “Lei è divertente lo sa? Crede che siamo degli stupidi? Abbiamo già provveduto a sequestrare il suo computer.”

“Lei pensa che io sia uno stupido? La mail partirà da un server pachistano e le informazioni sono già state caricate in un server online, pensavate che lasciassi la mia roba su un computer che stavo lasciando qui? Si vede che non mi conoscete abbastanza bene.”

L’espressione nella faccia del segretario cambiò di colpo.

“Vedo che ora ha capito la gravità della situazione. Se io non prendo quell’aereo vi ritroverete con un mucchio di carta straccia con sopra la scritta top secret. Si immagini la scena: la CIA con tutte le vostre informazioni riservate, i vostri traffici illeciti, tutti i vostri segreti…non penso che Castro sarebbe contento…e tutta la colpa ricadrebbe su di lei. Magari potrei godermi una bella esecuzione restando qui…sono combattuto.”

Ebola aveva la sua solita espressione spavalda che trasudava sicurezza. Sapeva di aver messo il suo avversario alle strette, non poteva trattenerlo, se non voleva che la sua cattiveria si rivoltasse contro di lui.

“Lo sa che potrei spararle ora, qui, senza avere nessuna conseguenza? Lo sa che la sua vita è appesa ad un filo?”

“Anche la sua.” aggiunse l’hacker.

Ci furono un paio di minuti di silenzio, la faccia dei due era dura, si guardavano negli occhi e nessuno voleva demordere abbassando lo sguardo. Restarono lì immobili, per qualche minuto, fino a quando un movimento del segretario fece capire a Ebola che aveva preso la sua decisione.