Fantasmi della rete – Unità 731 – Avi

70.

“Padre smettetela di parlare al piccolo Shiro della guerra.”

“Il piccolo deve sapere chi erano i suoi avi, chi era suo prozio, chi ero io!”

Il vecchio aveva sulle ginocchia un bambino di sette od otto anni che ascoltava assorto quello che suo nonno aveva da dirgli. Era sempre stato appassionato dei racconti riguardanti la seconda guerra mondiale.

“Ricorda, caro Shiro, che il tuo omonimo ha sacrificato la vita per la grandezza del Giappone. Ha fatto cose che nessuno aveva mai fatto. Ha scoperto in pochi anni quello che gli americani hanno fatto in decenni. Grazie a lui il mondo è cambiato. Ci sono state delle vittime, ma il fine giustifica sempre i mezzi. La grandezza della patria, questa era la cosa più importante per lui, ma la patria l’ha tradito, non l’ha protetto quando aveva bisogno di loro, non l’ha nascosto. Il mondo non lo meritava, hanno preferito darlo in pasto agli americani piuttosto che proteggerlo per i suoi servigi. Shiro, sarà tuo compito riportare in auge il nome degli Ishii, questa volta però per nessuna patria ma solo per vendetta. Per riscattare il nostro nome che è stato distrutto a causa del governo.”

Il nipote scese dalle ginocchia del nonno e quest’ultimo si alzò dalla sua poltrona. Si trovavano in una casa nella periferia di Detroit dove Sang Ishii viveva con la sua famiglia da quando, nel millenovecentoquarantasei, aveva lasciato per sempre il Giappone. La casa era piccola e arredata in perfetto stile nipponico.

Suo figlio, il padre di Shiro, si era sposato con una ragazza americana dalla quale era nato il pargolo che, a differenza del figlio, rappresentava tutte le speranze di grandezza di Sang.

“Vieni piccolo mio” disse al nipote; il vecchio si diresse verso il piano di sopra; salì le scale ed entrò dalla porta che delimitava la sua stanza.

Si sedette sul letto, che si trovava al centro di una stanza praticamente spoglia. A lato c’era un piccolo comodino con due cassetti. Aprì il secondo e ne tirò fuori una piccola scatola di cartone.

All’interno c’erano diverse foto molto vecchie e una busta di carta ingiallita dal tempo; estrasse dalla busta un foglio di carta piegato e lo sporse al bambino, il quale aveva imparato a leggere perfettamente sia in giapponese che in inglese.

Shiro aprì il foglio e, ad un cenno del nonno cominciò a leggere:

Caro Sang, fratello mio, ti scrivo questa lettera perché non posso dirti queste cose di persona. Quando leggerai queste righe ci saremo già salutati per sempre.

Abbiamo fallito. Sì, fratello mio, abbiamo fallito. Non siamo riusciti a creare l’arma che volevamo per la grandezza della nostra patria, ma forse è stato meglio così. Come hai potuto vedere gli amici diventano molto velocemente nemici. Questo ci insegna qualcosa: non dobbiamo mai più lavorare per gli altri ma solo per noi stessi. La storia ci ricorderà come criminali, come degli scienziati pazzi, come mitomani. Noi non possiamo fare nulla in merito, ma in futuro tu potresti avere la possibilità di diventare una serpe nel seno degli Stati Uniti, coloro che ci hanno umiliato. Cogli ogni occasione e, se potrai, vendica la mia memoria e porta di nuovo in auge il nome Ishii.

Tuo Fratello Shiro Ishii

“Hai capito di cosa stiamo parlando Shiro?”

“No” Rispose il bambino

“Abbiamo tempo, tu vuoi diventare un grande capo?”

“Sì.”

“Bene. Allora devi sempre seguire quello che ti dico io, e mai quello che ti dice tuo padre. Hai capito?”

“Sì.”

“Bravo figliolo.”