Fantasmi della rete – Unità 731 – Epilogo

76.

S1b1ll4 era nella sua stanza, seduta sul letto. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e stava riflettendo su ciò che era accaduto. Da quando, più di dieci anni prima, Z3u5 l’aveva assoldata, lei aveva fatto di tutto per assecondarlo ed essergli fedele, in lui aveva visto il padre che non aveva mai avuto.
Il suo zelo per la causa della setta era così grande che aveva sacrificato tutta la sua vita per essa, e ora, si trovava con un pugno di
polvere in mano. Il piano era fallito, non importa per colpa di chi, era fallito. Quello per cui aveva lavorato duramente ora non esisteva più. Quello che la faceva stare più male non era il fatto che la missione in se stessa fosse fallita, ma che ormai, non aveva più nessun motivo per vivere, non aveva più uno scopo.
Per anni aveva nascosto questa sua insicurezza, questa sua voglia di essere capita e amata, dietro un alone di violenza e controllo. Si ricordava una frase che gli era rimasta impressa fin da piccola, l’aveva sentita nel film Matrix; Morpheus ad un certo punto dice a Neo: “Il controllo è potere”. Questa frase aveva così influito sull’adolescente che stava ascoltando che d’allora in poi aveva sempre tentato di controllare tutti, di avere potere sugli altri, di essere lei la leader sottomessa solo al grande capo Shiro Ishii, che considerava come un padre.
La realtà era che aveva seri problemi relazionali, come tutti gli hacker del resto. Ora però doveva trovare una soluzione; il suo
carattere orgoglioso non gli permetteva di lasciarsi andare e crogiolarsi nell’autocommiserazione. Doveva trovare una via d’uscita, un nuovo scopo nella vita.
Ma, dove poteva andare? In fondo la sua vita era la setta e, fuori da essa, nessuno la conosceva. Poi, quei pochi che la conoscevano avevano terrore della sua figura, paura anche solo a guardarla negli occhi. Come poteva chiedere aiuto ad uno di loro? Sarebbe
sembrata debole, ma lei non lo era. Non voleva finire come la madre picchiata e angariata da suo marito. Era lei la dominatrice e non gli altri.
Ad un tratto il suo viso si illuminò, c’era qualcuno che non aveva paura di lei, c’era qualcuno che si meritava il suo rispetto, c’era qualcuno che nonostante i suoi sforzi non era mai riuscito ad intimorire, doveva trovarlo, l’aveva fatto una volta e poteva farlo ancora.

77.

Un Hummer H3 nero procedeva spedito sulla strada per Harbin. Con i suoi quattro metri e settanta di lunghezza e quasi due metri di larghezza dominava la strada. Il suo potente motore da tremilasettecento centimetri cubici gli faceva sviluppare una potenza di
duecentoquarantacinque cavalli che facevano arrivare il mezzo, che pesa oltre due tonnellate, a centottanta chilometri all’ora.
Il guidatore era un tizio alto, sulla trentina. Aveva i capelli ricci e neri, tipici delle persone di colore, la carnagione era scurissima ma la forma del naso tradiva le sue origini americane. A fianco c’era un personaggio di media altezza, un tizio piuttosto normale con
capelli castani e occhi scuri. Facevano tutti e due parte della squadra di Patterson; la loro missione consisteva nel trovare Conti e gli altri e portarli in un luogo sicuro.
Erano soldati capaci e sicuri di loro stessi, nulla poteva spaventarli; addestrati durante la guerra del golfo avevano preso congedo
dall’esercito dopo aver visto tutte le malefatte in tempo di guerra. Erano i migliori nel loro campo. Il primo sapeva guidare qualsiasi cosa si muovesse in cielo, sulla terra o in mare. Il secondo era uno dei più grandi esperti di armi del mondo capace di riconoscere, solo dal rumore, il modello dell’arma da fuoco utilizzata. Erano persone di grande esperienza, nonostante la giovane età e, come tutti i componenti della squadra di mercenari, svolgevano il loro lavoro con precisione e impegno.
“Che stai pensando Bill?” chiese il guidatore
“Che questo lavoro è una noia mortale. Neanche una sparatoria…nulla.”
“Io se fossi in te non sarei così tranquillo, da quello che ci hanno rivelato le immagini dal satellite i tizi che sono con Ishii sono
armati.”
“Non c’è nemmeno il brivido della ricerca. Quel ragazzino ha quella ricetrasmittente…guarda lì…sappiamo già dov’è e tra poco lo
salveremo, sai che divertimento.”
“Sei sempre il solito, per te se non ci sono sparatorie non vale nemmeno la pena di alzarsi dal letto.”
“Ovvio, siamo professionisti, non baby sitter.”
“Bhè, da quello che mi hanno raccontato i ragazzi, Conti ha fatto un bel lavoro nella sede della Pirotech…o no?”
“Io sarei entrato in maniera diversa, comunque non mi piacciono i ragazzini esaltati. Già li abbiamo dovuti salvare una volta, e adesso di nuovo. Se non ci fossimo stati noi tutto sarebbe andato a rotoli. E sai quel che è peggio? Che il merito se lo prenderanno tutto loro.”
“Tu ti prendi i soldi però.”
“Questo è l’unica nota positiva.”
“Quella più importante.”
I due continuarono il loro viaggio fino alla cittadina di Harbin. Non ebbero nessuna difficoltà a girare per le vie della città grazie al loro preciso sistema GPS.
Più si avvicinavano al luogo dove stava Conti e più il fumo aumentava e questo li insospettiva non poco. Arrivarono vicino ad un
vicolo e la verità gli fu subito chiara, lo stabilimento che, a quanto diceva il navigatore satellitare, era il loro obiettivo stava andando a fuoco.
“Non può essere!” disse Bill sconcertato
“Il navigatore non sbaglia…non questo navigatore. Dobbiamo entrare lì dentro e prendere Leonardo e i suoi amici.”
“Come diavolo pensi di fare? Vuoi diventare un pollo arrosto?”
I due restarono immobili per un momento.
“Ok, so io come fare.” intervenne Bill “almeno ci divertiremo un po’. Prendi dalla macchina le maschere antigas e due bombe a mano.”
“Due bombe a mano?” ripeté il guidatore
“Ovvio, non ti ricordi nella guerra del golfo? Ah già, tu eri in mezzo alle donnicciole mentre noi ci spezzavamo la schiena.”
I due amici Bill Castelbury e Patrick Oconeba avevano combattuto nella guerra del golfo negli anni novanta. Allora non si
conoscevano ancora e mentre il primo faceva parte delle squadre di assalto, l’altro era l’addetto ai rifornimenti quindi non faceva altro che viaggiare di base in base. Entrambi erano compiti molto pericolosi perché, in guerra, si rischia sempre la vita ma Bill si era
trovato più di una volta faccia a faccia con la morte mentre il suo amico, per sua fortuna e scaltrezza, solo una volta aveva preso parte ad uno scontro armato e ne era uscito indenne.
Durante la guerra del golfo, Saddam Hussein, aveva dato fuoco ai pozzi di petrolio che, facendo un danno ambientale senza
precedenti e, ovviamente, quei pozzi non potevano essere spenti con l’acqua, anche perché nel deserto non era proprio un bene
facilmente accessibile. Allora si era trovata una soluzione, la stessa che Castelbury voleva attuare in questa occasione, con qualche modifica ovviamente.
Il fuoco per bruciare ha bisogno di un combustibile, in quel caso il petrolio, e di un comburente, di solito ossigeno. Se si riesce a
togliere il comburente il fuoco, non più alimentato si spegne. Per arrivare a questo obiettivo si usava l’esplosivo.
Si faceva brillare una grossa carica sopra il pozzo in fiamme. L’esplosione consumava in un secondo tutto l’ossigeno circostante e il pozzo letteralmente si spegneva. Ovviamente a quel punto bisognava essere desti a spegnere tutti i residui di fiamme perché se no il pozzo avrebbe ripreso fuoco come e più di prima.
Il principio che voleva usare Bill era lo stesso.
“Qui non siamo nel deserto! Vuoi buttare giù il capannone?”
“Dobbiamo correre il rischio. Se no troveremo dei polli allo spiedo non persone.”
Patrick fece come l’amico gli diceva corse in macchina e prese due maschere antigas e due bombe a mano.
Intanto Castelbury si era avvicinato al capannone per vedere l’entità delle fiamme. Il fuoco era ancora poco esteso ma la carta che
bruciava era messa in modo da creare un anello di fuoco intorno a qualcosa. Il fumo era troppo denso per vedere che cosa.
Bill individuò l’entrata la cui porta era stata sbarrata. Su un lato dell’edificio c’era la scala antincendio che portava ad una serie di
finestre al secondo piano. Bill decise che avrebbe preso quella.
I due membri della task force salirono sulla scaletta fino al secondo piano, c’erano delle finestre chiuse che davano sull’interno oltre le quali si vedeva un corridoio fatto di rete metallica. Evidentemente l’edificio veniva utilizzato come centro di stoccaggio e quei
corridoi sospesi erano utilizzati per dare ordini alle gru che mettevano in ordine i cubi di carta, che pesavano più di una tonnellata.
“Allora, se apriamo le finestre le fiamme divamperanno ancora di più, l’idea è questa: io taglio il vetro con il diamante, entriamo e
richiudiamo subito la finestra in modo che entri meno aria possibile, poi facciamo brillare le bombe e ci creiamo una via d’entrata e una d’uscita, non avremo molto tempo.”
“E dove lo prendi un diamante per tagliare il vetro?”
“Io mi porto in missione sempre tutto l’occorrente.”
Bill tirò fuori un aggeggio che assomigliava vagamente a d un compasso e una piccola ventosa da una tasta dei pantaloni.
“Mi raccomando, le bombe devono brillare in aria non troppo vicini al muro, quindi conta fino ad otto e lanciala verso le fiamme.”
Patrick fece un segno di intesa. Entrambi indossarono la maschera antigas; Bill incominciò a lavorare sul vetro che si bucò come il burro. Fece un foro circolare di settanta centimetri di diametro. Con la ventosa estrasse il vetro ed entrò aspettando che entrasse
l’amico. Le fiamme aumentarono di volume soprattutto nella zona dove la finestra venne aperta.
Castelbury fece il possibile per tenerla aperta il meno possibile. Appena furono entrati richiuse il buco. Il vetro era in un equilibrio precario ma sembrava che reggesse.
I due videro la gomma delle suole degli anfibi incominciare a sciogliersi. Camminarono in fretta fino alla scaletta, il caldo era
insopportabile e il fumo era molto denso.
Arrivati alla scala di metallo che gli operai usavano per scendere a terra videro che dava direttamente sulle fiamme.
Bill prese una bomba a mano tolse la sicura e conto fino ad otto, dopo di che la lanciò in aria. Il tempo sembrò fermarsi mentre
l’ordigno andava verso le fiamme distanti una decina di metri.
I due si girarono e si coprirono il viso con le mani aspettando l’impatto che arrivò come una forza invisibile che li spingeva verso la parete.
Il fuoco per un attimo si smorzò ma lo spostamento d’aria fece spaccare tutte le finestre insieme. L’aria entro in una frazione di
secondo rialimentando le fiamme che salirono ancor più di prima.
I due si guardarono con aria sconfitta. Avevano ridotto ancora il tempo che avevano a disposizione, quel posto stava diventando un
inferno, se entro pochissimi minuti non fossero usciti con le quattro persone che cercavano, per loro, non ci sarebbe stato più nulla da fare.
L’esplosione, oltre a spaccare le finestre aveva creato un foro nelle fiamme dove con un po’ di attenzione si poteva passare.
I due si gettarono in mezzo al buco. I loro vestiti incominciarono a bruciare, si gettarono a terra nel tentativo di spegnerli, si tolsero anche il giubbotto mimetico che portavano sempre e con quello spensero le fiamme uno dell’altro.
Quando furono entrati all’interno del cerchio videro quattro persone legate a delle sedie prive di sensi. Uno di loro era anche caduto con la faccia a terra. C’era un’altra figura, staccata dagli altri, che non era legata. I due non ebbero il tempo di pensare a chi fosse, loro si aspettavano di trovare quattro persone non cinque.
Presero il coltello che tenevano nell’anfibio e tagliarono le corde dei prigionieri.
“Che facciamo ora?” urlò Patrick.
“Abbiamo un’unica soluzione. Lancia la bomba contro il muro e crea un foro da dove possiamo uscire.”
Il grosso americano non se lo fece dire due volte estrasse la seconda bomba a mano, tolse la sicura e, dopo aver aspettato cinque secondi, fece fare alla bomba una parabola verso il muro più vicino, dopo pochi secondi la bomba esplose.
Si creò un foro di circa un metro di diametro, purtroppo però era a un metro e mezzo di altezza ma aveva creato un bel foro nelle fiamme che ormai divampavano altissime tra i cubi di carta. Erano passati solo quindici minuti da quando il fuoco era stato appiccato ma sembrava fossero passati anni.
I due paramilitari erano arrivati cinque minuti dopo ed era già un inferno, ora le loro vite erano in pericolo.
I due presero i corpi e li trascinarono verso l’apertura, Bill uscì per primo mentre Oconeba restò dentro. I due fecero passare Leonardo, C4s4ndr4, Pr0m3t30, Cecksy e Ishii come dei sacchi di patate e li distesero fuori in un posto sicuro.
Incominciavano a sentirsi le sirene dei pompieri e delle ambulanze arrivare, non appena videro le prime sirene, Calstelbury e Patrick si dileguarono.

 

Epilogo

Leonardo era in mezzo al traffico di Torino. Non riusciva a togliersi dalla mente gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Dopo essere svenuto nel magazzino in fiamme si era svegliato in un ospedale cinese. Aveva ustioni sul viso e qua e là in tutto il corpo, fortunatamente erano ustioni non gravi che, quindi, non lasciavano cicatrici. Dopo qualche giorno era stato dimesse ed era tornato in Italia, AlphaCentauriY2K gli aveva detto che erano stati i membri della squadra di Patterson a salvarli e lui non era riuscito nemmeno a ringraziarli.
Bellinger e Loi erano stati pluridecorati per la loro impresa che, comunque, non sarebbe stata comunicata a nessun ente di informazione perché non doveva essere pubblicizzata. Si erano incontrati anche con il presidente degli Stati Uniti in persona che, una volta preso atto della situazione, era passato a complimentarsi direttamente con gli interessati.
C4ss4ndr4 era risuscitata con il nome di Cassandra Leoni, stessa sorte toccò a Pr0m3t30, che in realtà si chiamava Steve Borriello. Entrambi entrarono a far parte della polizia informatica di New York e, già nei primi giorni, si distinsero per la loro abilità. Era cominciata a tutti gli effetti una vita normale.
Tutto sembrava tornato alla normalità, ma quell’esperienza l’aveva segnato. Forse, l’aveva fatto maturare. Il mondo era pieno di loschi criminali che avrebbero fatto qualsiasi cosa per accaparrarsi il potere o per guadagnare un sacco di soldi. Di sicuro non poteva fare molto per cambiare le cose ma nel suo piccolo avrebbe continuato ad impegnarsi con l’aiuto del suo amico Alpha.
Si trovava in Corso Cosenza quando il suo cellulare squillò. Leo schiacciò il pulsante del viva voce bluetooth che aveva installato in macchina.
“Pronto.”
“Ehilà pseudo hacker.” disse una voce gioviale in inglese.
“Ebola!”
“In persona. Ho visto che alla fine tutto è andato per il verso giusto.”
“Si, anche se potevi evitare di andartene così.”
“Il mio ruolo era finito.”
“Perché mi hai chiamato? Io sono in Italia ora.”
“Ti chiamo per dirti che penso di ritirarmi ufficialmente dall’hacking a livello professionistico.”
“Non sapevo esistessero delle categorie per gli hacker, con il tuo contratto hai le ferie pagate?”
“Non fare lo spiritoso. Io mi ritiro Leo. Non so se ci sentiremo più quindi ti volevo salutare.”
“Grazie Ebola. Ma mai dire mai nella vita!”
“Hai ragione.”
“Non ti avevo mai sentito dire quella parola.”
“Sono molto cambiato…ma questa è un’altra storia. Ho incontrato una persona, che tu hai avuto modo di conoscere, ora diciamo che…ci stiamo frequentando assiduamente…”
“Benissimo! Finalmente anche tu alle prese con una donna…si può sapere chi è la fortunata…o la sfortunata?”
“La tua domanda è sibillina…Addio!”
La comunicazione si chiuse. Prima che potesse farsi altre domande il telefono squillò di nuovo.
“Leo, sono Alpha. Ho visto che eri in macchina e ho preferito chiamarti, ora che ho creato questa rete criptata mi viene più comodo.”
“Come stai Alpha? Dimmi tutto.”
“Non tanto bene…abbiamo un problema…”
“Che tipo di problema?”
“Hai mai sentito parlare di B3nkm4rk?”
“No.”
“Ok. Ti spiego tutto. Ma sappi che è una bella gatta da pelare…e mi serve il tuo aiuto.”
“Oh no! Ci risiamo!”  —-  FINE

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